L’esperienza dell’intolleranza.


Che cosa sia la giustizia, forse, nella vita di quaggiù non arriveremo mai a vederlo, ma l’ingiustizia tutti la vediamo bene alla luce della comune umanità violata, solo che non ci si voglia accecare con l’apatia e il cinismo, oppure con ideologie farneticanti e persino con sostanze deresponsabilizzanti, come largamente fatto, ad esempio, dai criminali nazisti.

G. Zagrebelsky, Orizzonte cristiano e laico della giustizia, cap. 1, La Costituzione dei poveri

Sono le parole di Gustavo Zagrebelsky nel saggio La Costituzione dei poveri, riflessione e insieme denuncia dello iato sempre più evidente tra i principi di uguaglianza e rispetto della dignità umana e la loro effettiva attuazione; tra il mondo del dover essere e la realtà di vite ai margini, esistenze segnate da povertà, oppressione e sfruttamento. Non c’è democrazia né giustizia dove manchino le condizioni perché ciascun individuo, tutti gli uomini e tutte le donne (dunque non soltanto i cittadini) siano riconosciuti soggetti portatori della stessa dignità.


L’intolleranza

Tra i nemici della democrazia come condizione nella quale soltanto si realizza la dignità della persona, l’intolleranza (vale a dire la difficoltà ad accettare l’altro in quanto portatore di una qualche diversità) è per sua natura uno dei più pericolosi: essa si basa su un cortocircuito categoriale (quello per il quale le caratteristiche di un singolo individuo sono arbitrariamente estese all'intera categoria di appartenenza), che poi offre in prestito al razzismo. Non c’è razzismo senza intolleranza (ma può esistere intolleranza senza razzismo, si pensi per esempio alla caccia alle streghe): questa la tesi di Umberto Eco nel saggio Migrazioni e intolleranza, una raccolta di testi scritti tra il 1997 e il 2012.

Nel suo saggio, Umberto Eco descrive la fenomenologia dell’intolleranza nelle sue varie forme, con particolare riguardo all’intolleranza su base etnico-razziale.

L’intolleranza ha radici biologiche, si manifesta tra gli animali come territorialità, si fonda su reazioni emotive spesso superficiali -non sopportiamo coloro che sono diversi da noi, perché hanno la pelle di un colore differente, perché parlano una lingua che non comprendiamo, perché mangiano rane, cani, scimmie, maiali, aglio perché si fanno tatuare…L’intolleranza per il diverso o per l’ignoto è naturale presso il bambino tanto quanto l’istinto di impossessarsi di tutto quel che desidera. Il bambino viene educato alla tolleranza a poco a poco, così come viene educato al rispetto della proprietà altrui e prima ancora al controllo del proprio sfintere. Sfortunatamente, se tutti pervengono al controllo del proprio corpo, la tolleranza rimane un problema di educazione permanente degli adulti, perché nella vita quotidiana si è sempre esposti al trauma della differenza (…) Educare alla tolleranza gli adulti che si sparano addosso per ragioni etniche e religiose è tempo perso. Troppo tardi. Dunque l’intolleranza si batte alle radici, attraverso un’educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, prima che sia scritta in un libro, e prima che diventa crosta comportamentale troppo spessa e dura. 

Umberto Eco, Intolleranza, cap. 2 da Migrazioni e intolleranza, La nave di Teseo ebook

 

L’intolleranza nasce dall’istintiva paura del diverso/dell'ignoto: basti pensare alla naturale diffidenza che il bambino manifesta alla vista di volti sconosciuti, alla riluttanza con la quale accoglie qualunque cosa (un nuovo giocattolo, una situazione mai vissuta prima) esuli dal suo piccolo mondo noto. Se non superata attraverso l’educazione, l’informazione, lo studio, l’abitudine al confronto, la paura del diverso mette radici, cresce e s’irrobustisce a mano a mano che il bambino si fa adulto: un adulto intollerante, appunto. Probabilmente, un adulto razzista: è sufficiente che egli sia derubato del portafoglio da un individuo di una certa nazionalità, per convincersi che tutti gli uomini e tutte le donne di quella stessa nazionalità siano dei ladri, tutti delinquenti nati.

Nascendo da pulsioni elementari, l’intolleranza non può essere tenuta a freno con argomenti razionali/scientifici, con dati statistici o prove fattuali: di fronte all’animalità senza pensiero, il pensiero si trova disarmato (cit., U. Eco, Migrazioni e intolleranza).

In condizioni di particolare insicurezza/crisi (salari bassi, aumento dei prezzi, disoccupazione ecc.), la paura del diverso può sfociare in violenta ostilità nei confronti dell’altro.

Consideriamo quel che accade nel nostro bel Paese di santi e di poeti. Approdano sulle nostre coste barconi carichi di disperati in fuga da guerre, dittature o povertà. Sono diversi da noi: hanno carnagione scura, credono in un dio che non è il nostro, parlano una lingua che non comprendiamo, hanno cultura e tradizioni lontanissime da noi.  Molti di loro si limitano a transitare in Italia per poi dirigersi verso altre mete, altri, se sopravvivono agli stenti, rimangono da “noi”.

L’intollerante/il razzista guarda con timore a quest’esodo, ne immagina conseguenze devastanti per sé e per la Patria, è convinto che vada fermato. A sostegno della propria tesi, tira in ballo argomenti di ordine economico e/o demografico per lo più privi di fondamento: arrivano troppi migranti; il loro arrivo causerà un aumento della criminalità e nessuno sarà più sicuro; gli italiani faticano a trovar lavoro e “loro” porteranno via il poco che c’è. In assenza di argomenti, egli prende a fantasticare su complotti orditi da chissà chi con lo scopo della “sostituzione etnica” (l’idea secondo cui l'immigrazione è deliberatamente pianificata per soppiantare la civiltà occidentale, cancellandone l’identità etnica e culturale). Il malato d’intolleranza (o, peggio, di razzismo) rimane ostinatamente sulle proprie posizioni in qualunque caso: a nulla vale tentare di persuaderlo, dati alla mano, che non c’è alcuna invasione di migranti; che, anzi, la crescente domanda di manodopera straniera da parte delle imprese italiane imporrebbe di farne arrivare molti di più; che gli africani e/o gli asiatici non sono per natura ladri, stupratori o assassini (esattamente come gli italiani non sono tutti mafiosi e i brasiliani non hanno la danza nel sangue); e che nessuno sta complottando alcunché. Tutto inutile, perché l’intollerante e il razzista vanno dritti per la loro strada. Vanno avanti per la loro strada anche quando, salvo qualche lacrimuccia di commozione e qualche frase fatta, accadono tragedie come quella ricordata da Zagrebelsky:

Trovo che la tragedia avvenuta nello Ionio il 20 giugno 2024 sia stata esemplare nella sua paradossalità: era la Giornata mondiale del rifugiato, ma il naufragio non è stato oggetto di un’espressione di cordoglio delle istituzioni, un discorso ufficiale, niente. I naufraghi sono carne da numeri, sostanzialmente.

Gustavo Zagrebelsky, “Migranti, respingimento, accoglienza. Di chi è la Terra?” La Costituzione dei poveri, Castelvecchi ebook

 

Quello menzionato da Zagrebelsky è il naufragio avvenuto al largo della Calabria nel giugno del 2024: costò la vita a 34 migranti, tra i quali una decina di bambini. Solo qualche mese prima, nel febbraio del 2023, un’imbarcazione con a bordo 180 profughi provenienti per lo più da Afghanistan, Iran, Siria e Pakistan era naufragata a pochi chilometri da Cutro, in provincia di Crotone: il bilancio fu di 94 morti, 34 dei quali erano bambini

Molti italiani piansero quelle morti, non poterono rimanere indifferenti alla vista di quei cadaveri allineati sulla spiaggia: 94 esseri umani morti per aver voluto sperare. Dal canto suo, l’intollerante si limitò a qualche frase di circostanza per poi aggiungere, con espressione severa che, sia pur disperato, nessuno dovrebbe intraprendere viaggi che mettano in pericolo la propria vita e quella dei propri figli: elegante perifrasi per dire che “ciascuno dovrebbe rimanere a casa propria”.

 

G.Z. L’idea che noi siamo padroni in casa nostra è un’aberrazione. Come se il mondo e la Terra fossero soggetti alla nostra propensione a ritagliare piccole patrie: è importante domandarci: a chi appartiene la Terra? La risposta biblica è -correggimi se sbaglio, don Virginio- che la Terra appartiene a Dio, cioè a nessuno di noi in particolare.

V.C. Esatto.

G.Z. Ecco, quindi non è parcellizzabile. Bisogna avere la consapevolezza che ciascuno di noi è nato su una terra e giustamente ha creato relazioni, e si è legato, anche sentimentalmente, a quella terra. Ma quella terra non è sua, è un patrimonio universale.

Ibid

 

Il dialogo tra Zagrebelsky e don Virginio Colmegna (prete “di strada” che ha dedicato tutta la vita alla cura degli “ultimi”) fa luce su una verità disarmante nella sua semplicità: la Terra è di Dio, dunque è la casa di tutti e di nessuno in particolare. Le Frontiere certo esistono, ma servono a delimitare l’ambito politico di uno Stato, non a respingere chi non ci piace o non ci serve, non elemento di contrapposizione/divisione.

Dovremmo andare a vedere fisicamente le frontiere. Scopriremmo che non ci sono. Ci sono i nostri muri, i nostri fili spinati, ma il mondo è una continuità.

Ibid

 

Il mondo come “casa comune” è al centro dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco (2015): una casa che in Fratelli tutti (2020) accoglie fraternamente chiunque bussi alla porta.

Ogni essere umano ha diritto a vivere con dignità e a svilupparsi integralmente, e nessun Paese può negare tale diritto fondamentale. Ognuno lo possiede, anche se è poco efficiente, anche se è nato e cresciuto con delle limitazioni; infatti, ciò non sminuisce la sua immensa dignità come persona umana, che non si fonda sulle circostanze, ma sul valore del suo essere. Quando questo principio fondamentale non è salvaguardato non c’è futuro né per la fraternità, né per la sopravvivenza dell’umanità.

Papa Francesco, cap. III, Fratelli tutti, sito ufficiale della Santa Sede

 

Ogni essere umano, qualunque sia la sua estrazione sociale o l’etnia di appartenenza, è portatore di una dignità che nessun altro individuo e nessun Paese possono calpestare: ne va del futuro dell’intera umanità.

"Dio ama i migranti": così soleva dire Francesco. 

Ma c’è di più:

I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Infatti, «non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino attraverso queste quattro azioni, per costruire città e Paesi che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperti alle differenze e sappiano valorizzarle nel segno della fratellanza umana…

L’arrivo di persone diverse, che provengono da un contesto vitale e culturale differente, si trasforma in un dono, perché «quelle dei migranti sono anche storie di incontro tra persone e tra culture: per le comunità e le società in cui arrivano sono una opportunità di arricchimento e di sviluppo umano integrale di tutti».[115] Perciò «chiedo in particolare ai giovani di non cadere nelle reti di coloro che vogliono metterli contro altri giovani che arrivano nei loro Paesi, descrivendoli come soggetti pericolosi e come se non avessero la stessa inalienabile dignità di ogni essere umano».[116]

Gli immigrati, se li si aiuta ad integrarsi, sono una benedizione, una ricchezza e un nuovo dono che invita una società a crescere [118]

Papa Francesco, cap. IV, Fratelli tutti

 

In fuga da guerre, oppressione, catastrofi naturali o povertà, i migranti non vanno respinti, ma vanno anzi accolti, protetti e integrati nel rispetto del loro diritto ad una vita migliore. In quanto portatori di diversità, per il Paese in cui arrivano essi rappresentano non una minaccia, non un peso, ma un’opportunità di crescita e di arricchimento culturale, perché una società che si barrica in se stessa e rifiuta il confronto lentamente si spegne. Le altre culture, gli altri popoli non sono nemici da cui difendersi, ma espressioni differenti della ricchezza inesauribile della vita umana.

La forza delle parole di Francesco è nel coraggioso rovesciamento di prospettiva per il quale il tema dell’immigrazione è affrontato non dal punto di vista di chi riceve, (che pure trae giovamento dall'incontro con l'altro), non dal suo interesse, ma partendo dal migrante, dalla sua dignità, dal suo diritto ad essere accolto quali che siano le motivazioni che lo hanno spinto a lasciare la propria terra (non solo perché "richiedente asilo", il che imporrebbe un riassetto del quadro giuridico e il superamento dalla Legge Bossi-Fini; ma questo è un altro discorso)

È lo stesso rovesciamento di prospettiva leggibile all’art. n. 10 della Costituzione italiana:

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. 

 

Ora: che l’intollerante non desista dalle proprie posizioni, ignorando sia il richiamo all’evangelica carità che al (più laico) principio costituzionale di rispetto della dignità, è molto probabile; che quantomeno faccia un bagno di realtà è auspicabile.

In un mondo tormentato dalle guerre, dalla fame, dagli effetti devastanti dei cambiamenti climatici, dall’oppressione di governi liberticidi, le migrazioni sono destinate a diventare condizione normale, esattamente come accadeva prima della nascita degli Stati-nazione: le popolazioni si muoveranno da un paese all’altro, inevitabilmente si mescoleranno tra loro e con i popoli autoctoni proprio com’è sempre stato ovunque e in Italia più che altrove. Che piaccia o no.