Parole per dire, parole per essere


Nome e identità


Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace e non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita…

 

Quello riportato è un estratto dal capitolo finale del romanzo di Luigi Pirandello Uno, nessuno e centomila.

Nel tentativo di giungere a conoscere il vero se stesso che sa non coincidere con quello che deve mostrare di essere, il protagonista Vitangelo Moscarda riesce faticosamente a liberarsi di tutte le maschere che la società lo costringe ad indossare: il formalismo degli obblighi morali e sociali, le convenzioni, gli imperativi imposti dalla convivenza civile, dal matrimonio, dal lavoro, dal fatto stesso di essere nel mondo. Lasciata la moglie, vendute la proprietà, tagliati i ponti con tutti e con ogni cosa, finalmente libero e solo con se stesso, Moscarda scopre tuttavia di essere uno ma anche centomila, perché dietro la maschera, dietro la pupazzata dell’esistenza, non c’è un’autenticità primigenia, non un’identità compatta, ma un caotico intreccio di pulsioni, desideri e angosce; un guazzabuglio di bene e di male in virtù del quale ciascuno è scisso in centomila identità diverse.  E così Moscarda giunge a rinnegare persino il proprio nome. Cosa dice davvero di un uomo il nome imposto alla nascita? Cosa svela della complessità della sua psicologia, del mondo sotterraneo in cui ribolle l’inconscio? E a che scopo assegnare un nome alle cose se non per illudersi di conoscerle? La vita è movimento che non s’arresta (la vita non conclude), impossibile fissarla in un nome. 

Per quanto pirandellianamente disposti ad ammettere che il nome nulla dice dell’interiorità, dei pensieri o dei sentimenti di chi lo porta, dobbiamo altresì convenire che da un punto di vista pratico (dunque non filosofico), il nome è tutt’altro che elemento accessorio.


Quando nasce un bimbo, la prima cosa che si fa in tutte le società degli umani è dargli il nome. In tal modo gli diamo vita, lo accogliamo, Non stupisce che molte Costituzioni, nel catalogo dei diritti fondamentali (articolo 22 della Costituzione italiana, ad esempio), comprendono il diritto al nome, al nome proprio di ciascuno di noi…

Gustavo Zaagrebelsky, La lezione, Casa delle parole, cap. 1

 

Dunque, Il nome è elemento fondamentale dell’identità. Il nostro nome racconta chi siamo, da quale parte del mondo proveniamo, da quale famiglia discendiamo, a quale cultura o comunità etnica apparteniamo: il nome racchiude e attualizza tutta la nostra storia. Laddove per qualche motivo qualcuno nascesse, vivesse e morisse senza un nome, la sua vita scivolerebbe nell’oblio e sarebbe come se non fosse mai stato.

Al loro arrivo nei campi di sterminio nazisti, gli Ebrei deportati venivano spogliati di tutto e, sopra ogni cosa, venivano privati del loro nome: al suo posto, un numero identificativo tatuato sul braccio. Condannare quei prigionieri all’anonimato rientrava nel disegno criminale di cancellarli dal mondo e dalla Storia, significava annullarne l’identità, negarne l’umanità per ridurli a cose vuote di memoria.

Il nome, dunque, non è semplice etichetta anagrafica, ma elemento essenziale dell’identità personale, così che all’articolo 22 la nostra Costituzione afferma il diritto al nome come ad uno dei diritti fondamentali della persona. (Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.)

 

Parole per conoscere



Nomi e parole sono un ponte tra il parlante e il parlato, l’imprescindibile punto d’incontro tra il soggetto e la realtà esterna.


In un certo senso, nominando le cose esteriori, le facciamo esistere nel nostro mondo interiore. In questo senso le parole conferiscono esistenza e permettono di pensare il mondo in noi e noi nel mondo. Cogito ergo sum, il celebre motto cartesiano, dovrebbe essere completato: verba teneo, ergo cogito. Donde, per proprietà transitiva: verba teneo, ergo sum”.

Gustavo Zagrebelsky, La lezione, Casa delle parole, cap. 1

 

La realtà non esiste per chi non possieda la parola per indicarla; certo è possibile percepirla, averne intuizione, ricavarne suggestioni, riceverne l’impressione di un attimo, ma solo le parole danno consistenza alle cose, le catturano, le traggono fuori dall’ombra, le portano in noi permettendoci la conoscenza. Quando non vi fossero parole, le cose di qualunque genere, materiali o immateriali, fisiche o metafisiche, rimarrebbero inaccessibili e inconoscibili.

Indicare per nome le cose, non soltanto permette di conoscerle, è necessario altresì per fissare le conoscenze acquisite.


Quando si scopre una stella, la si nomina; se non lo si facesse, nessuno potrebbe ritrovarla, tutti dovrebbero cercarla di nuovo e, una volta ritrovata ma non nominata, ci sfuggirebbe ancora.

Ibidem

 

Zagrebelsky ricorre all’esempio della cometa, ma poiché non tutti hanno dimestichezza con i corpi celesti, ci accontenteremo di esempi tratti dalla banale e terrena quotidianità.

Immaginiamo lo studente alle prese con una qualche disciplina; immaginiamo che egli intuitivamente colga concetti e segua ragionamenti ma possieda un numero limitato di parole o ignori la terminologia/la nomenclatura specifica di quell’ambito; è evidente che, come nel caso della stella da poco scoperta e mai nominata, egli non sarà in grado di fissare l’intuizione in solida conoscenza e così ogni volta dovrà tornare sui propri passi a riannodare i fili dell’iniziale illuminazione. Dispendio di tempo e di energie.

Nominare le cose significa farle proprie.


Quando il bimbo vuol far suo il gattino, il cagnolino o la bambola di pezza, si chiede: come lo chiamo? E gli dà il nome, pronuncia la parola che gli è propria, lo trae dal morto anonimato e lo fa vivere nel suo mondo, arricchendolo.

Ibidem

 

Nominare una cosa vuol dire identificarla per quella specifica cosa, unica e diversa da ogni altra, assegnandole un posto nella propria vita.

Per il bimbo, ad esempio, il gattino o la bambola ricevuti in regalo diventano parte della sua vita, sono cioè il suo gattino e la sua bambola (e non un qualunque gatto e una qualunque bambola tra tanti), solo quando hanno un nome: assegnando loro un nome, il bimbo li accoglie come parte integrante del proprio piccolo mondo di giochi e di amore.

Situazioni, cose o persone devono avere un nome perché ci diventino familiari. La prima cosa che fa chi ci chiama al telefono o bussa alla nostra porta è di presentarsi e dire il suo nome; chi di noi accoglierebbe nella propria casa e nella propria vita qualcuno di cui ignora il nome?

 

Parole per la democrazia

 

Tra chi conosce molte parole e chi ne conosce poche, il primo avrà senz’altro ragione indipendentemente dalla bontà dei suoi argomenti, l’altro non riuscirà a sostenere il proprio punto di vista, dunque inerme e inerte, soccomberà. Ne erano consapevoli i sofisti, i filosofi della Grecia antica (Atene, V sec. a. C) che coltivarono la retorica (l’arte di dire) come mezzo per avere successo in ogni genere di controversia e in special modo nel dibattito politico. Non era necessario che la parola dicesse il vero, era importante che fosse efficace, che fosse in grado di persuadere, di orientare comportamenti, di suscitare emozioni.


Cattaneo cita nelle sue Lettere…uno scritto che figura perfino nelle antologie vichiane, ma su cui, vi confesso, prima di trovare il riferimento in Cattaneo per queste questioni, ero più volte passato senza bene leggerlo. È la Lettera a Francesco Saverio Estevan. Se avete tempo e avete un Vico a portata di mano, suggerirei di andare a leggere questo testo.

Il professore di retorica Giambattisa Vico dice al suo corrispondente che in una repubblica popolareo in una monarchia ben ordinata è assolutamente necessario che le scuole promuovano la capacità di linguaggio, la capacità di conoscere le lingue, di conoscere la lingua nazionale, perché questa è una condizione del buon ordinamento delle repubbliche e dei regni ben ordinati…Il professore di retorica Giambattista Vico, quando parla di ciò, anche se non lo cita, sa che sta riprendendo Cicerone e al sua definizione della retorica e dell’educazione al parlare come scientia civilis”. Ma cosa vuol direscientia civilisin Cicerone?...Scientia civilisricalca parola per parola politikè téchne”: espressione e concetto del primo libro della Retorica e della Politica di Aristotele, per significare la valenza fondante della comunità sociale che, per Aristotele, ha il logos, ha la capacità di linguaggio.

Tullio De Mauro, L’educazione linguistica democratica, Dieci tesi nel loro contesto storico, pag. 50, ebook Italian edition

 

L’educazione linguistica democratica di Tullio De Mauro è una raccolta di testi sulla centralità del linguaggio verbale sia nella vita sociale delle comunità che nella vita individuale. Ne consegue la necessità, secondo De Mauro, che la scuola promuova un’educazione linguistica in grado di consentire a tutti la partecipazione umana e civile alla vita democratica del Paese. Possedere capacità linguistica tale da non essere irretiti dal sofista o dal demagogo di turno; conoscere le parole così da non cadere nella trappola della propaganda è condizione di libertà.

Al capitolo “Dieci tesi nel loro contesto storico”, De Mauro afferma che, proprio per la sua funzione di identificare l’oggetto/gli oggetti di cui si intende ragionare/parlare, la parola è fondamentale nella vita della polis: essa permette di discutere e confrontarsi sul giusto e l’ingiusto, su quel che conviene e ciò che non conviene, su quel che è necessario e ciò che non lo è. Senza la parola, senza il logos che secondo Aristotele la physis ha donato all’uomo in quanto animale con vocazione politica, non esisterebbe vita aggregata, non vi sarebbe vita politica collettiva, non vi sarebbe democrazia.

La democrazia, infatti, si nutre di parole: quando la parola langue, e con essa il confronto tra le idee; quando la capacità linguistica si esaurisce al punto di riuscire a dire solo o no, mi piace o non mi piace, allora fiorisce la tirannide di governi autocratici.

 

Parole che fanno paura, parole divisive

 

Nel libro Axis Rule in Occident Europe (1944) l’autore, il giurista Raphael Lemkin, nell’esaminare i metodi e gli strumenti con cui i Nazisti andavano attuando l’eliminazione degli Ebrei, coniò la parola genocidio, con essa intendendo il deliberato e programmatico annientamento di un intero gruppo etnico/di un’intera Nazione.

Inizialmente accolta con una certa perplessità, perché il riferimento a ghenos poteva alludere all’esistenza di razze umane distinte, la parola venne accettata dalle Nazioni unite nel 1948, quando l’Assemblea generale redasse la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948). Nel testo della Convenzione, la parola genocidio è utilizzata ad indicare nell’eccidio perpetrato dai nazisti un unicum di orrore che lo distingue da tutti i massacri, gli eccidi, le stragi di cui pur la Storia è piena.

La parola genocidio è stata recentemente al centro di un acceso dibattito: se genocidio è lo stermino deliberato e attraverso ogni mezzo di un intero popolo, va definito genocidio il massacro di oltre 70.000 gazawi (senza contare i circa 700.000 palestinesi uccisi in Libano negli ultimi anni) ad opera di Israele nel corso della guerra iniziata nell’ottobre 2023 contro il regime di Hamas?

Considerato il ricorso alla fame come strumento di morte, viste le violenze perpetrate sui civili (compresi bambini), la Commissione speciale ONU; poi la Relatrice speciale ONU sui territori palestinesi occupatiFrancesca Albanese; svariate commissioni ONU indipendenti; intellettuali del calibro di David Grossman (scrittore israeliano) o di Anna Foa (storica italiana di origine ebrea); e ancora, filosofi e accademici di tutto il mondo hanno parlato di indubbio caso di genocidio.

Genocidio, una parola che fa orrore. Fa orrore quasi quanto ad alcuni la parola partigiano, parola che spaventa perché divisiva, dicono. Tanto divisiva, che c’è chi suggerisce di modificare il noto canto popolare Bella ciao, sostituendo la parola partigiano con l’espressione essere umano. Come se fossero la stessa cosa…

Le parole sono importanti, lo si è detto sin qui. La parole vanno usate correttamente anche quando non piacciono: non è solo una questione linguistica, è una questione di onestà intellettuale e di rispetto per la verità.