Musa
ispiratrice per i poeti di ogni tempo, la donna non ha goduto di altrettanta
considerazione presso i filosofi.
Tra
i poeti estimatori del gentil sesso, Dante il più convinto: la donna, e più di ogni altra la sua Beatrice, è
l’angelo dall’animo nobile che, attraverso l’amore, ha facoltà di avvicinare
l’uomo a Dio perché ne eleva lo spirito; chiunque
le si accosti o soltanto la guardi, sente svanire invidia, ira e superbia
mentre il suo cuore si riempie di gentilezza.
Poi
c’è Petrarca, che si strugge d’amore per Laura, simbolo di perfezione
tutta terrena, bella d’una bellezza destinata a sfiorire ma
dall’animo nobile e gentile.
Con l’eccezione dei poeti comico–realistici,
i cui versi descrivono donne inclini al peccato, la donna rimane la
quintessenza della virtù fino a Montale, che le riconosce qualità spirituali,
sensibilità ed intelligenza tali da rappresentare l’unico varco nell’esistenza
d’un uomo, l’unica possibilità di salvezza nel non senso della vita: non a caso, tra le sue poesie più belle vi sono
quelle dedicate alla moglie Drusilla Tanzi (o ad altre figure femminili altrettanto
salvifiche) che nonostante la cecità sapeva muoversi nella vita come un
pipistrello nella notte.
Cos’ha
rappresentato la donna per i filosofi o quantomeno per molti di loro? Un’irriducibile
seccatrice nella migliore delle ipotesi, una creatura stupida e patetica in
tutti gli altri casi.
Prendiamo
Platone.
Nel
Timeo, esponendo la dottrina della metempsicosi, Platone afferma che in
origine le anime sono tutte maschili. L’anima che vive indegnamente è destinata
a reincarnarsi in un corpo femminile, quando poi la stessa anima persista
nell’errore, essa trasmigra nel corpo di un animale:
insomma, la donna è creatura di poco superiore alla bestia.
Le cose non vanno meglio nella filosofia
medievale (che è a forte impronta religiosa).
Riprendendo il racconto sulla Creazione, nella Summa Theologiae San Tommaso ricorda che Dio ha creato la donna
dalla costola di Adamo (dell’uomo); questo significa non solo che tra i due
deve esserci un vincolo d’amore, ma anche che «l’uomo è capo della donna.
Perciò questa fu giustamente tratta dall’uomo, come dal suo principio» (ST I q. 92, a. 2).
In
età moderna, il mondo comincia a cambiare ed è sempre meno raro vedere donne
farsi largo tra pregiudizi e discriminazioni; eppure i filosofi continuano a
guardarle con lo stesso altezzoso disprezzo.
Montaigne,
lo scettico che nulla dà per certo e ha orrore per i pregiudizi e le cattive
abitudini, sulla donna sembra avere idee per così dire cartesianamente
chiare e distinte. Ammette sì che la concezione della donna è segno e insieme
prodotto di uno specifico contesto storico, così che in alcune civiltà
si ha una tale cattiva considerazione delle donne al punto da ucciderle quando
nascono per poi comprare dai vicini quelle che servono per i propri bisogni, mentre presso altre civiltà le donne portano all’una e all’altra gamba schinieri di rame; gli uomini portano i carichi sulla testa, le donne
sulle spalle; esse pisciano in piedi, gli uomini accosciati. (cap. XXIII). Ma le
concessioni di Montaigne finiscono qui. In fondo anche lui crede che le donne abbiano una marcia in meno
rispetto agli uomini: si lasciano ingannare facilmente (cap.
XXVII); possiedono
un’anima non abbastanza salda da sostenere la stretta di un nodo tanto serrato
e durevole come quello richiesto dall’amicizia (cap. XXVIII); non sono
adatte a trattare argomenti di teologia (cap LVI); tendono
sempre a non esser d’accordo con i loro mariti. Afferrano a due mani tutti i
pretesti per contraddirli. Inoltre, esse hanno tendenza
ad ingannare: Montaigne stesso ne ha conosciuta una –così
dice–
che rubava forte al marito per fare, diceva al proprio confessore, elemosine
più pingui (cap. VIII, libro II). Insomma,
la donna non ha scampo nemmeno nell’opera di Montaigne.
Nel pantheon dei filosofi, i
detrattori delle donne abbondano persino tra menti più aperte e illuminate.
Immanuel
Kant, l’antesignano dell’Illuminismo, l’assertore della Ragione che libera dal
pregiudizio, è prigioniero dei soliti luoghi comuni al punto da ritenere
che le donne, la cui razionalità lascia a desiderare, non meritino diritto di voto.
Poi c’è Nietzsche, che in Così parlò
Zarathustra (Parte prima, cap. “Di donicciuole vecchie e giovani’’) della donna
dice che si realizza nella gravidanza; che per lei l’uomo
è il mezzo mentre il fine è il figlio; che l’uomo per natura ricerca il
pericolo e il trastullo e nella donna trova il trastullo più pericoloso;
che l’uomo deve essere educato per la guerra, la donna per il diletto del
guerriero; e infine che superficie è l’anima della donna: una spuma
mobile e tempestosa sopra un’acqua poco profonda (…) mentre l’animo dell’uomo è profondo, il suo fiume
scorre per caverne sotterranee: la donna sente la forza, ma non la comprende».
Più chiaro di così…
E
che dire di Arthur Schopenhauer? L’autore di uno
dei capolavori della filosofia occidentale (Il mondo come volontà e
rappresentazione); il filosofo di quel male di vivere che fu
d’ispirazione per Leopardi, Svevo e Montale, proprio lui è a tal punto
preso da odio verso le donne da sentire l’esigenza di metterlo nero su
bianco nel libriccino significativamente intitolato L’arte di trattare le
donne.
L’arte
di trattare le donne
Il
libro di Schopenhauer (17 capitoli di massime e aforismi) è un concentrato di
cattiverie e pregiudizi, l’espressione di un odio profondo che,
anche se letto in chiave psicanalitica e dunque interpretato alla luce del
rapporto tormentatissimo che il filosofo ebbe con la madre fin dall’infanzia,
rimane egualmente insopportabile.
Chi
ben comincia è a metà dell’opera, recita un noto proverbio; e infatti Schopenhauer esordisce come meglio (cioè peggio) non avrebbe
potuto e nel primo capitolo scrive:
Le
donne sono “sexus sequior”, il
secondo sesso, che da ogni punto di vista è inferiore al sesso maschile; perciò
bisogna avere riguardi per la debolezza della donna, ma è oltremodo ridicolo
attestare venerazione alle donne: essa ci abbassa
ai loro stessi occhi
A.
Schopenhauer, L’arte di trattare le donne, Cap .I, il secondo sesso, Adelphi
ebook
Postulata
così l’inferiorità della donna (il libro risale al 1851, quando le donne certo
non sfrecciavano nello spazio a bordo dello Shuttle ma nemmeno raccoglievano
bacche), Schopenhauer procede saltando da un postulato all’altro: non
un’argomentazione plausibile a supporto della tesi, solo pregiudizi e luoghi
comuni.
Eccone
alcuni.
Le
donne sono esseri privi di interessi: l’unico
loro interesse è la conquista del maschio e quando sembrano mostrare interesse
per altro, fingono. (cap.I)
La
Natura mostra di avere una grande preferenza per il sesso maschile: all’uomo ha dato forza, bellezza e
razionalità, le donne al contrario sono superficiali, vanitose e
intellettualmente limitate.
In
quanto più deboli, le donne sono costrette dalla natura a far ricorso non già
alla forza, ma all’astuzia: di qui derivano la loro istintiva scaltrezza e l’insopprimibile
tendenza alla menzogna…Come la seppia, la donna si avviluppa nella
dissimulazione e nuota a suo agio nella menzogna
A.
Schopenhauer, L’arte di trattare le donne,
cap. V
La scarsa intelligenza rende la donna incline allo sperpero, fa sì che essa
perda di vista le cose importanti, non abbia cognizione né del passato né del
futuro e si concentri solo sul presente. (cap. II).
Poiché
la Natura ha destinato le donne alla procreazione e alla cura dei figli, appena
raggiunta l’età giusta, esse cercano un uomo al quale unirsi e dal quale farsi
guidare e dominare (cap. III); quando hanno espletato
il loro compito con una o due gravidanze, esse perdono tutta la loro bellezza proprio
come accade alle formiche femmine, che dopo l’accoppiamento perdono le ali. (cap.I)
Al
capitolo IV, Schopenhauer è costretto ad ammettere che alle donne va tuttavia
riconosciuto un pregio (giusto uno): sono pragmatiche, la qual cosa le rende
capaci di trovare la soluzione quando l’uomo non ne scorge nessuna. Ne consegue
che non è sbagliato in circostanze difficili chiedere consiglio anche alle
donne.
Sviscerata
a dovere la questione dell’inferiorità femminile, l’autore sente di dover
dispensare consigli su come scegliere la donna adatta (cap.VI).
Posto
che per l’uomo sarebbe bene evitare il matrimonio, perché sposarsi è come infilare
la mano in un sacco avendo gli occhi bendati e sperare di tirar fuori
un’anguilla da un mucchio di serpi (cap.IX), nel caso in cui voglia
intraprendere una relazione erotico–sentimentale, l’uomo indirizzi la scelta
verso donne di età compresa tra i 18 e i 28 anni; eviti la donna
attempata, che genera giusta repulsione; scarti senza se e senza ma la donna
troppo grassa che è sempre brutta. Nella scelta, inoltre, l’uomo badi non soltanto
alla bellezza dei lineamenti, ma soprattutto alla struttura ossea del volto e del
corpo della donna, che deve avere le caratteristiche tipiche della specie: un
mento rientrato, ad esempio, è particolarmente ripugnante perché tipico degli
animali.
Infine, l’uomo molto virile scelga una donna molto femminile (su come
si riconosca a colpo sicuro la vera virilità o la vera femminilità, non è dato
sapere), perché ogni amore, per quanto si atteggi a etereo, è radicato
esclusivamente nell’istinto sessuale (cit. cap. VII), è una questione di armonie
fisiologiche.
Il
desiderio sessuale, soprattutto quando si concentra nell’innamoramento, fissandosi
su una donna determinata, è la quintessenza dell’imbroglio di questo nobile
mondo; perché promette così indicibilmente, infinitamente e straordinariamente
molto e mantiene poi così miseramente poco.
A. Schopenhauer,
L’arte di trattare le donne, cap. VIII
L’amore
è un fuoco di paglia e l’infedeltà è inevitabile. Tuttavia, quando a
tradire sia la donna/la moglie, l’uomo ha diritto di punirla.
Chiudendo
in bellezza, negli ultimi capitoli del suo libercolo Schopenhauer si esprime
sul tema dei diritti della donna e non sorprende che si sbilanci fino ad
affermare che quando le leggi concessero alle donne gli stessi diritti degli
uomini, avrebbero anche dovuto munirle di un’intelligenza maschile (cit.
cap. XI).
Che
dire? Come commentare?
Molto
meglio lo Schopenhauer de Il mondo come volontà e rappresentazione.