Gli animali e la caccia: la filosofia, la realtà.


Il DDL sulla caccia presentato dalla maggioranza dell’attuale governo Meloni e già approvato in Senato il 23/06/2026, riaccende il dibattito sui diritti degli animali, riportando indietro le lancette della Storia di alcuni decenni.

Andando a modificare la legge 157/1992 che, con buona pace degli animalisti e ben magra soddisfazione dei cacciatori, chiudeva la questione riconoscendo che la caccia può essere praticata solo in determinati periodi e limitatamente ad alcune specie di animali, il DDL prevede l’ampliamento delle aree riservate alla caccia, l’estensione della stagione venatoria a periodi finora esclusi, l'utilizzo illimitato di "richiami vivi", la possibilità di cacciare anche specie animali finora protette e altro ancora (il testo integrale è reperibile presso il sito del Senato della Repubblica)

I cacciatori esultano, i produttori di doppiette fanno salti di gioia; un po’ meno entusiasta l’opinione pubblica, a riprova del fatto che tra il “sentire” della gente e le azioni dei governi spesso c’è un abisso. Ovviamente, la più forte contrarietà viene dalle associazioni ambientaliste, ma anche da molti intellettual, da tutti i partiti dell’opposizione parlamentare e persino da alcuni esponenti della stessa maggioranza di governo: tutti costoro respingono il DDL in quanto ritenuto anacronistico e incostituzionale (l’articolo 9 della nostra Costituzione richiama i cittadini e le istituzioni alla tutela dell’ambiente e degli animali).


Gli animali nella Storia

La storia del rapporto tra l’uomo e gli animali è una storia costellata di orrori: Peter Singer ne ripercorre le tappe principali nel saggio Liberazione animale, edito nel 1975, poi nell’edizione aggiornata intitolata Nuova liberazione animale, pubblicata nel 2024.

I primi esseri umani che all’incirca 45.000 anni fa raggiunsero l’l’Australia, causarono l’estinzione del 90% degli animali di grandi dimensioni presenti sul territorio. Più tardi, più o meno 15000 anni fa, gli esseri umani che colonizzarono l’America massacrarono circa il 70% dei grandi mammiferi; molte altre specie di animali scomparvero dall’Africa e dall’Eurasia e accadde così ovunque mise piede l’Homo sapiens.

Nel complesso i sapiens hanno condotto all’estinzione di circa il 50% dei grandi mammiferi terrestri del pianeta prima di aver imparato a coltivare un campo di grano, plasmare un utensile di metallo, scrivere un testo o coniare una moneta. 

Peter Singer, Nuova liberazione animale, Introduzione, Il Saggiatore edizione digitale


Il mondo animale è stato luogo di sofferenza per milioni di anni, tuttavia la svolta si ebbe nel Neolitico con l’addomesticamento e l’allevamento di alcune specie di animali. Inizialmente non vi furono cambiamenti rilevanti, poiché l’uomo riuscì ad addomesticare meno di venti specie di mammiferi a fronte delle migliaia di specie rimaste selvatiche, ma poi il numero degli animali addomesticati andò via via aumentando, così che oggi è addomesticato il 90% dei grandi animali. Con l’addomesticamento e con l’allevamento, gli animali conobbero una sofferenza tutta nuova, una sofferenza destinata a peggiorare con il passare delle generazioni per toccare il suo punto più alto nel XX secolo, quando nacquero i primi allevamenti intensivi.

A rendere oggi particolarmente crudele l’esistenza degli animali d’allevamento non è soltanto il modo in cui essi muoiono/sono uccisi (si pensi, per esempio, alla pratica di finire a bastonate i polli malati o feriti: una pratica illegale e dolorosissima, che tuttavia per svariati motivi è spesso preferita ai metodi consentiti per legge), ma anche e soprattutto per le condizioni in cui vivono:

Quando la scienza moderna ha decrittato i segreti di uccelli, virus e antibiotici, ha dato all’uomo il potere di far vivere gli animali in condizioni estreme. Con l’aiuto di vaccini, medicinali, ormoni, pesticidi, sistemi di ventilazione centralizzati, mangiatoie automatizzate e diversi altri gadget, è oggi possibile ammassare migliaia di polli in gabbie microscopiche e produrre carne e uova con un’efficienza senza precedenti.

Ibid

Gli animali hanno bisogni non solo fisici (cibo, acqua, cure, farmaci ecc), ma anche bisogni sociali ed “emotivi”. Prendiamo una vitellina appena nata: avrebbe bisogno della madre come qualunque altro cucciolo, avrebbe bisogno di giocare, di muoversi liberamente, di interagire con i propri simili, ma all’allevatore interessa che cresca e si riproduca, così la sottrae alla madre, la vaccina contro una serie di malattie, la colloca in una gabbia piccolissima, le fornisce cibo e acqua e, quando raggiunge l’età giusta (all’incirca a15 mesi di vita), la insemina artificialmente per tornare ad inseminarla nuovamente a pochi mesi dal parto e via così per tutto l’arco della sua breve esistenza.

Oggi conosciamo in maniera molto più approfondita la coscienza degli animali e i loro bisogni, psicologici e fisici, rispetto a quando Liberazione animale fu inizialmente pubblicato. Dagli oranghi ai polpi, siamo giunti a comprendere la vita degli animali straordinari con cui condividiamo il pianeta. Rigorosi studi scientifici hanno dimostrato che la capacità di provare dolore non è circoscritta a mammiferi e uccelli, ma si allarga ai pesci e almeno a qualche essere invertebrato, non solo polpi, ma anche aragoste e granchi.

Ibid

 

La tesi sostenuta da Singer nel suo libro è semplice e inconfutabile: è scientificamente provato che gli animali (tutti, anche gli invertebrati) provano dolore, dunque rifiutarsi di prendere in considerazione la loro sofferenza o, peggio, causare deliberatamente la loro morte è eticamente riprovevole.

La radice del problema, afferma Singer, è nello specismo, vale a dire nell’idea (da sempre radicatissima negli uomini) che la specie umana sia superiore alle altre, che solo la vita umana sia sacra e inviolabile e che dunque l’uomo abbia pieno diritto a disporre degli animali e della loro vita come più gli aggrada e /o gli conviene. 

Ciò che dobbiamo fare è includere gli animali non umani nella sfera della nostra considerazione morale e cessare di ritenere le loro vite spendibili a scopi futili… 

Peter Singer, Nuova liberazione animale, Tutti gli animali sono uguali, cap. 1

 

Ora, pur senza giungere alle conseguenze estreme di chi vagheggia un mondo di vegani in gioiosa armonia con gli animali, e dunque anche ammettendo che una bistecca ogni tanto è peccatuccio veniale tollerabile, non si può fare a meno di chiedersi a che pro la caccia nel XXI secolo: ne va della nostra sussistenza? L’uomo ha forse bisogno della caccia per sopravvivere? È moralmente accettabile uccidere per “divertimento”? E che divertimento c’è nel vedere agonizzare un animale colpito da una fucilata?

 

Gli animali nella filosofia. 

Coerentemente con l’antropocentrismo a lungo dominante nella cultura occidentale, lo specismo lascia traccia di sé in gran parte della filosofia almeno fino all’età moderna: in Platone e poi secondo Aristotele, l’uomo è superiore ad ogni altro essere vivente in quanto essere raziocinante; così anche in Tommaso d’Aquino che, proprio riprendendo Aristotele, nella Summa Theologiae afferma che l’uomo è dotato di anima razionale e immortale, mentre gli animali sono guidati dall’istinto. Ne consegue che per l’Aquinate uccidere gli animali non è peccato.

 

Michel de Montaigne.

Il relativismo religioso aperto dalla Riforma protestante; l’ampliamento degli orizzonti -e non solo geografici- legato alla scoperta del Nuovo mondo; il definitivo tramonto delle due grandi istituzioni universalistiche -Papato e Impero-: sono solo alcuni dei rivolgimenti che nella seconda metà del XVI secolo seminano incertezza/inquietudine e di fatto segnano la fine del Rinascimento. Le prospettive mutano radicalmente, ciò che sembrava assodato non è più certo: alla rinascimentale esaltazione dell’uomo artefice della propria vita, sicuro padrone del mondo e di se stesso, si oppone l’idea della sua finitezza.

Testimone e insieme interprete di questa crisi, la filosofia di M. Montaigne (1533-1592): una visione del mondo e dell’uomo improntata ad uno scetticismo che fa tabula rasa di ogni certezza.

La più calamitosa e fragile di tutte le creature è l’uomo, e al tempo stesso la più orgogliosa (…): con l’immaginazione va ponendosi al di sopra del cerchio, e mettendosi il cielo sotto i piedi.

È per la vanità di questa stessa immaginazione che egli si uguaglia a Dio, che si attribuisce le prerogative divine, che trasceglie e separa se stesso dalla folla delle altre creature, fa le parti agli animali suoi fratelli e compagni, e distribuisce loro quella porzione di facoltà e di forze che gli piace. Come può egli conoscere per mezzo dell’intelligenza i moto interni e segreti degli animali?(...) Quando gioco con la mia gatta, chi sa se lei non fa di me il suo passatempo più che io di lei?

Michel de Montaigne, Saggi, Apologia di Raymond Sebond, cap. XII, Libro II, Bompiani edizione digitale


Tra tutte le creature la più fragile, ma arrogante al punto da paragonarsi a Dio, l’uomo crede di sapere tutto, ma non conosce nemmeno se stesso: come può dire di conoscere gli animali? Attribuisce loro facoltà o limiti secondo i propri desideri o i propri timori, ma ignora la loro vera indole: quando gioca con la propria gatta, ad esempio, è proprio certo che non sia lei a condurre il gioco? È possibile che il “giocattolo” sia lui per lei e non viceversa.

Lo scettico Montaigne non è nemmeno certo che gli animali non posseggano facoltà simili a quelle dell’uomo

Dico, dunque, per tornare al mio discorso, che non c’è ragione di ritenere che le bestie facciano per inclinazione naturale e forzata le stesse cose che noi facciamo per scelta e per arte. Da effetti simili dobbiamo indurre facoltà simili, e riconoscere di conseguenza che quello stesso raziocinio, che quello stesso ordine che noi seguiamo nell’agire è anche quello degli animali

Ibid

Ad osservare il comportamento degli animali, occorre concludere che in alcune situazioni essi appaiono guidati non dall’istinto, ma da qualcosa di molto vicino al “raziocinio”. Quando il cane che ha perso il suo padrone giunge presso un incrocio di tre strade, le tenta tutte una dopo l’altra, fino a lanciarsi senza esitare in quella che ritiene essere quella giusta. Certo il cane procede fiutando le tracce, tuttavia, prosegue Montaigne, occorre ipotizzare che nella sua testa si svolga un “ragionamento” simile a questo: 

“Ho seguito fino a questo incrocio le tracce del mio padrone, bisogna per forza che egli passi per una di queste tre strade: non è passato né da questa né da quella, bisogna dunque che infallibilmente che sia passato da quest’altra”.

Ibid


Confortato da questo “ragionamento”, il cane non si affida più solo al fiuto, ma è guidato dalla forza della ragione (cit.).

Insomma, gli animali sono simili a noi molto più di quanto non preferiamo credere.

 

Jeremy Bentham

La pietra miliare nella riflessione filosofica sugli animali e i loro diritti è l’opera di Jeremy Bentham (1748-1832) Introduzione ai principi della morale e della legislazione, un libro attraversato dalle istanze di rinnovamento, dalla fiducia nella scienza, dall’idea di uguaglianza che l’utilitarismo benthamiano eredita dall’Illuminismo.

Al cap. XVII si legge quanto segue:

Può arrivare il giorno in cui il resto degli animali del creato potrà acquistare quei diritti di cui non si sarebbe mai potuto privarli, se non per mano della tirannia. I francesi hanno già scoperto che il nero della pelle non è una ragione per cui un essere umano debba essere abbandonato senza rimedio al capriccio di un carnefice. Può arrivare il giorno in cui si riconoscerà che il numero delle gambe, la villosità della pelle, o la terminazione dell’os sacrum sono ragioni altrettanto insufficienti per abbandonare un essere senziente allo stesso destino? Quale attributo dovrebbe tracciare l’insuperabile confine? La facoltà della ragione o forse quella del discorso? (...) La domanda da porre non è “Possono ragionare?”, né “Possono parlare?”, ma “Possono soffrire

 

Bentham individua nella capacità di provare dolore la caratteristica in base alla quale riconoscere il diritto al rispetto. Tracciare “l’insuperabile confine” dei diritti lungo la capacità di ragionare o di parlare (che sono alcune capacità tra le altre), significa escludere i bisogni degli esseri viventi che non possiedono queste capacità, arbitrariamente declassandoli ad esseri inferiori. C’è voluto molto tempo perché gli esseri umani fossero riconosciuti portatori di pari dignità indipendentemente dal colore della loro pelle; allo stesso modo, dopo una sofferenza lunga milioni di anni, giungerà il tempo (questo l’auspicio di Bentham) in cui agli animali dovrà essere riconosciuto il diritto alla vita e alla felicità in quanto esseri senzienti e indipendentemente dal numero delle loro gambe, dalla conformazione della loro scatola cranica o dal “linguaggio” con cui comunicano.

 

Arthur Schopenhauer

Irriducibilmente pessimista, ipercritico nei confronti degli uomini, che egli considerava per natura inclini all’ipocrisia, all’egoismo e ottusi al punto di non riuscire a vedere oltre il proprio naso, Schopenhauer amò gli animali apprezzandone la sincerità e l’intelligenza.

Nel mondo esiste un unico essere menzognero: l’uomo. Ogni altro essere è autentico e sincero perché si fa vedere schiettamente qual è, manifestandosi così come si sente. Un’espressione emblematica o allegorica di questa differenza fondamentale è il fatto che tutti gli animali vanno in giro nel loro aspetto naturale, e ciò contribuisce assai all’impressione piacevole della loro vista, che ogni volta, specie se si tratta di animali liberi, mi riempie il cuore di gioia; l’essere umano, invece, a causa del suo abbigliamento, è diventato una caricatura, un mostro, la cui vista è ripugnante (…)

Arthur Schopenhauer, L’arte di insultare, Vivisezione,  Adelphi edizione digitale

 

Insincero al punto da avere necessità di mascherarsi, ripugnante nell’apparire quanto nell’essere, tra gli animali l’uomo è la vera belva. Delle atrocità perpetrate sugli animali, la vivisezione è la più orribile. Ne L’arte di insultare (una raccolta di scritti postumi) Schopenhauer è inorridito da quanto ha letto nel trattato Sulle cause delle formazioni ossee (1857), un’opera a carattere scientifico in cui l’autore, l’anatomista e patologo Franz Ludwig Fick Ludwig Fick, documenta/descrive con dovizia di particolari alcuni dei suoi “migliori” esperimenti. Tra questi, ce n’è uno che Schopenhauer trova particolarmente odioso: la rimozione dei bulbi oculari a giovani animali al fine di ottenere una conferma dell’ipotesi secondo cui, in simili casi, le ossa crescono nei vuoti creatisi dopo l’estirpazione! (cit.). Raccapricciante. Non meno cruenti, afferma il filosofo, gli esperimenti del barone Ernst von Bibra che, dal 1829 professore di zoologia presso l’accademia di Pietroburgo, deliberatamente aveva fatto morire di fame alcuni conigli al fine di verificare se, in casi di morte per fame, le particelle chimiche del cervello subissero delle modifiche. Come si può dormire tranquillamente, si chiede Schopenhauer, quando si tengono chiuse in gabbia delle creature innocenti, allo scopo di far loro patire una morte lenta e straziante per fame? È possibile che chi compie simili obbrobri non si svegli di soprassalto nel sonno? (cfr.)

L’umana inclinazione al male non basta tuttavia a spiegare le orribili sofferenze inflitte agli animali; la radice del problema è per Schopenhauer (e per altri prima di lui, come si è detto sin qui) nella millenaria cultura dell’antropocentrismo, una visione distorta della realtà che il filosofo addebita alla tradizione giudaico-cristiana.  

La presunta mancanza di diritti degli animali, l’opinione che il nostro comportamento verso di loro non abbia valore etico, o che, come si dice nel linguaggio di quella morale, non ci siano doveri verso di loro, è una dottrina ributtante che appartiene alla brutalità e alla barbarie dell’Occidente e ha la sua fonte nel giudaismo. 

Arthur Schopenhauer, da L’arte di insultare, Il giudaismo che nega i diritti degli animali, Adelphi ebook

Un errore fondamentale assolutamente inspiegabile del cristianesimo…è il fatto che esso, contro natura, ha staccato l’essere umano dal mondo degli animali, al quale appartiene per essenza, dando valore esclusivamente all’uomo e considerando gli animali addirittura come cose…Il suddetto errore fondamentale è la conseguenza della creazione dal nulla, secondo la quale il creatore (capp. 1 e 9 del Genesi) consegna all’uomo affinché li domini, cioè faccia su di loro quello che vuole, tutti gli animali, come se fossero delle cose e senza nessuna raccomandazione di trattarli bene (…)

Arthur Schopenhauer, da L’arte di insultare, Il cristianesimo, per come tratta gli animali, Adelphi ebook

 

Gli aforismi riportati, entrambi tratti da L’arte di insultare, rendono con chiarezza la tesi di Schopenhauer: l’idea “ributtante” che l’uomo sia superiore ad ogni altro animale, benché sia animale egli stesso, discende dalla religione giudaico-cristiana. L’esplicito richiamo alla presunta superiorità umana rispetto alle altre specie è nel libro I della Genesi, dove si legge: “Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, ed esso domini sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sulle bestie domestiche e su quelle selvatiche, e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Schopenhauer lo afferma con nettezza: questo (infausto) decreto divino ha costituito per l’Occidente l’alibi morale e insieme la giustificazione teorica al diritto di sfruttare gli animali a proprio uso e consumo: all’occorrenza usandoli come cavie di laboratorio, allevandoli o cacciandoli per mangiarne la carne o per ricavarne pellicce, impiegandoli come forza lavoro, godendo della loro compagnia nella migliore delle ipotesi.

 

Per concludere


I diritti degli animali occuparono i pensieri di poche menti illuminate almeno fino alla seconda metà del secolo scorso o, per essere più precisi, fino al 1975, anno di pubblicazione di Liberazione animale di Singer: il libro aprì gli occhi del mondo sugli orrori subiti dagli animali nei laboratori o negli allevamenti, scosse le coscienze e fu d’ispirazione per nuovi agguerriti movimenti a difesa degli animali.

È incredibile che oggi si torni a parlare di caccia (non già un diritto -ci mancherebbe altro! - ma una “concessione” dello Stato) cancellando con un colpo di spugna secoli di idee e decenni di battaglie: non è il diritto alla vita il primo tra tutti i diritti? Non è immorale sacrificare la vita degli animali, subordinandola agli interessi umani, quali che essi siano?

A queste domande, Erasmo da Rotterdam risponderebbe come nel saggio La guerra piace a chi non la conosce:

(…) il saggio Pitagora impose con un precetto filosofico agli uomini ignoranti di non uccidere le bestie: egli si figurava che l’uomo che avesse preso l’abitudine di spargere il sangue di una bestia innocente dalla quale non era stato in alcun modo danneggiato, non avrebbe esitato ad uccidere anche un altro uomo, non appena fosse stato turbato dall’ira e fosse stato insultato. (…) Ma ridono di queste riflessioni, quasi fossero deliri scolastici, gli ottusi potenti del tempo presente (…)

 

E gli ottusi potenti continuano a ridere.