Alla voce “padrone” del suo Dizionario filosofico, Voltaire scrive:
Com’è potuto un uomo diventare il padrone di un altro uomo, e in virtù di quale specie d’incomprensibile magia è potuto diventare il padrone di parecchi altri uomini? Su questo fenomeno è stato scritto un gran numero di buoni volumi; ma io do la preferenza a una favola indiana, perché è breve e perché non c’è cosa che le favole non abbiano detto.
Le favole, si sa, riescono a
raccontare la vita in poche semplici battute, così Voltaire proprio ad una
favola affida il compito di spiegare perché, fin dagli albori della Storia,
alcuni uomini siano diventati padroni e altri servi.
C’era una volta, moltissimo
tempo fa, un vigoroso gigante. Egli visse in armonia con il fratello storpio e
le gracili sorelle fino a quando, divenuto consapevole della propria forza,
prese a tiranneggiare sia l’uno che le altre, punendoli a suon di frustate
quando disobbedivano o tentavano di scappare. Malmenato e tenuto con la forza,
il piccolo gobbo divenne un suddito perfetto, così che il gigante decise di
premiarlo consentendogli di giacere con le sorelle, che ormai a lui erano venute
a noia. Da quelle unioni nacquero figli non gobbi ma di modesta statura.
I giovani rampolli crebbero nel timore del gigante, venendo indotti a credere
che egli fosse superiore a tutti per diritto divino e che dunque potesse fare
della famiglia ciò che voleva. Morto il gigante, suo figlio, che non era forte
né grande come il padre, pretese di essere un “gigante” per diritto divino e così
assoggettò a sé tutti i membri della famiglia.
Nella sua semplicità, la
favola di Voltaire riassume la storia dell’umanità, un processo sempre in
divenire eppure in alcune dinamiche sorprendentemente sempre lo stesso: da una
parte i padroni, dall’altra i servi; da una parte il potere, dall’altra chi lo
subisce. Che alcuni finiscano da una
parte e altri dalla parte opposta, è cosa il più delle volte casuale: Seneca lo
ricorda all’amico Lucilio quando, nell’Epistula 47, lo esorta a non
vergognarsi se ama intrattenersi con i suoi schiavi, perché essi in nulla
differiscono da lui se non per un destino avverso.
Accanto al nutrito numero di
schiavi, coloni, servi della gleba, braccianti, piccoli funzionari, scudieri o
soldati costretti a lavorare per un padrone (un latifondista, un prelato o un
generale), a coltivare le sue terre, a curare i suoi affari piegandosi alle sue
leggi come ai suoi capricci, nella Storia si agita indaffarata una folla di servi
domestici come cuochi, sguatteri, balie, barbieri, massaggiatori, stallieri,
coppieri e pedagoghi la cui vita si consuma nella fatica di rendere migliore
quella dei loro padroni.
Se nella Storia è ai margini,
il servo occupa uno spazio significativo nella letteratura e nel teatro fin
dall’antichità: le favole di Esopo (Grecia, VI sec. a.C.) e quelle di Fedro
(Roma, I sec. d.C.) pullulano di servi/schiavi che all’arroganza del potere
oppongono la forza dell’intelligenza; le commedie di Aristofane (Grecia V
sec. a. C.) di Menandro (Grecia IV sec. a.C.), di Plauto (Roma III sec. a.C.) o
di Terenzio (II sec. a.C.) inscenano storie di servi talvolta scaltri e clowneschi,
in altri casi affidabili e saggi accanto a padroni inetti e/o rimbambiti.
Il rapporto tra padroni e
servi è al centro di molte storie del Decameron di Giovanni Boccaccio
(1313-1375): memorabile la novella Chichibio e la gru, in cui il
servo/cuoco Chichibio con un’intelligente battuta di spirito riesce ad evitare
la punizione del padrone.
Non hanno nulla di eroico i
servi di Domenico di
Giovanni, detto il Burchiello (1404
–1449): affaticati, sudati, un po’ volgari, sempre affamati (e non solo di
cibo) essi rappresentano l’istinto che s’oppone alla ragione.
Il XVI secolo segna il
trionfo della Commedia dell’arte, un genere teatrale caratterizzato dalla
recitazione “a braccio” e dalla presenza di “maschere” /ruoli fissi: il vecchio
taccagno; il giovane innamorato; il soldato fanfarone ecc. Tra le maschere, spicca
quella del servo Arlecchino. Intelligente e astuto, Arlecchino si beffa del
padrone, l’ottuso Pantalone; lo raggira con l’inganno; ne smaschera vizi,
limiti e manie; lo manovra a proprio piacimento in un rovesciamento di ruoli
per cui il padrone è il servo e il servo è padrone.
E poi ci sono i servi
imbroglioni di Molière nel XVII secolo, mentre nel XVIII secolo i servi di
Goldoni, non più maschere ma individui con il proprio carattere, il
proprio specifico modo di essere e di sentire, si caratterizzano per
intelligenza, bontà d’animo e senso di giustizia.
L’idea settecentesca e tutta illuministica che gli uomini nascano uguali nella dignità e che il servo sia tale per uno scherzo del destino è molto forte nell’opera di Giuseppe Parini e in particolare ne Il Giorno, il capolavoro di ironia in cui, alla frivolezza dei padroni, fa da contraltare la laboriosità dei servi (non ultimo il precettore-Parini, servo anch’egli). L’episodio della “vergine cuccia” è significativo: durante un pranzo, la cagnolina della dama padrona di casa morde il piede del servo, che istintivamente si difende sferrandole un calcio. Gemendo di dolore, guaendo come se chiedesse aiuto, la “divina” cagnetta rotola a terra scuotendo “tre volte lo scompigliato pelo”. La dama è colta da malore, i convitati ammutoliscono. Il servo implora il perdono ma, a nulla valendogli vent’anni di servizio né contando l’essere egli l’unica fonte di sostentamento per la numerosa famiglia, è licenziato in tronco e ridotto in povertà.
Nel Naturalismo francese e nel Verismo italiano della seconda metà dell'Ottocento è condannato
ad essere servo chi nasce povero: un contesto di miseria e di degrado
culturale, che si tratti dei bassifondi di Parigi o delle campagne della
Sicilia, per chi vi nasce è una condanna ad essere servi per tutta la vita.
I servi di Jonathan Swift
Istruzioni alla servitù di Jonathan Swift è un singolare
libretto pubblicato
postumo nel 1745.
Fingendo di aderire allo stereotipo secondo cui i servi sono per natura abietti, pronti a tradire e ad ingannare, Swift si spende in una lunga lista di consigli affinché i servi possano buggerare i loro padroni senza doverne subire le conseguenze. In realtà, lo scopo di Swift, che egli persegue con l’ironia di dire/di scrivere l’opposto di ciò che pensa davvero, è quello di mostrare come l’arroganza del padrone e l’assurdità degli ordini che impartisce siano tali da indurre il servo (che tuttavia Swift si guarda bene dall’idealizzare) a sottrarvisi con l’inganno dando il peggio di sé: “fare fesso” il padrone è un modo per sopravvivere alle sue angherie, ma farlo riuscendo a farla franca è un’arte che i servi devono affinare.
Accade spesso che i servitori incaricati di qualche commissione, abbiano tendenza a restar fuori un po’ più a lungo di quanto la commissione richieda, magari due, quattro, sei, otto ore, o simili inezie: perché la tentazione certo era grande, e la carne non sempre può resistere. Al ritorno il padrone va su tutte le furie, la padrona strepita. In parole povere, ti ritrovi nudo, bastonato e licenziato. È in questi momenti che bisogna aver pronta una serie di scuse adatte per ogni occasione: per esempio, che tuo zio è arrivato in città stamattina, facendo ottanta miglia apposta per venirti a trovare, e riparte domani all’ alba; che un servitore tuo amico, al quale avevi prestato del denaro quand’era disoccupato, stava per fuggire in Irlanda; che sei stato a salutare un vecchio collega che s’imbarca per le Barbados; (…) che ti è caduta addosso della porcheria gettata da una mansarda e ti vergognavi di tornare a casa prima di esserti ripulito; (…) che ti avevano detto che il padrone era andato all’osteria e gli era successa una disgrazia, e la tua angoscia era così grande che avevi cercato notizie di Sua signoria in un centinaio di locali fra Pall-mal e Temple-bar (…).
Jonathan Swift, Istruzioni alla servitù, Precetti che riguardano i servi in generale, Adelphi ebook
Mai sopravvalutare l’intelligenza del padrone, sembra dire Swift: a saperci fare, ad avere un po’ di inventiva e un pizzico di sfrontatezza, metterlo nel sacco è facile. Ad esempio, il servo che è fuori per una commissione e (giustamente) cede alla tentazione di godersi qualche ora di libertà, non si perda d’animo, lavori di fantasia e imbastisca la scusa più incredibile che può: perché la bugia è un’esca, più è grossa e fantasiosa, più è facile che il padrone abbocchi.
Quando il padrone grida “C’è qualcuno?”, il servitore non è tenuto a rispondere, perché “c’è qualcuno” non è un nome. Se invece il padrone chiama il servo per nome, non è necessario che egli accorra, attenda di essere stato chiamato tre o quattro volte, perché solo i cani accorrono al primo fischio.
Se sei un giovane di aspetto gradevole, quando devi sussurrare qualcosa alla tua padrona a tavola, spingi in avanti il naso fino a toccarle la guancia, o se il tuo alito è buono, àlita dritto sulla sua faccia: so che questo ha portato ottimi risultati in alcune famiglie.
Jonathan Swift, Istruzioni alla servitù, Precetti che riguardano i servi in generale, Adelphi ebook
Un servo giovane e bello non
esiti a fare il “cascamorto” con la padrona, potrebbe rimanere sorpreso del
risultato.
Quando è rimproverato per una qualche malefatta, il servitore si allontani brontolando e piagnucolando così da essere udito, perché questo convincerà il padrone che egli è innocente. Di contro, sia felice se è accusato ingiustamente, perché per ogni errore che commetterà in futuro, potrà servirsi di quella falsa accusa per professarsi innocente proprio come allora.
In ogni caso, è sempre buona
norma evitare i rimproveri, pertanto il servo faccia ricadere la colpa sul
cagnolino, sul gattino, sul bambino o su un servitore recentemente licenziato:
in questo modo metterà al riparo se stesso senza nuocere a nessuno e
risparmierà al padrone il disturbo di fare un rimprovero.
Quando pulisce l’argenteria,
il servo si premuri di lasciare un po’ di bianchetto negli interstizi, in
maniera che la padrona sia sicura che sia stata lucidata a dovere.
In una casa aristocratica, c’è sempre modo e possibilità di sgraffignare qualcosa, conviene approfittarne:
Se hai l’incarico di far la spesa, compra la carne al più basso prezzo possibile: ma quando rendi i conti, sii gelosa dell’onore del tuo padrone; e segna il prezzo più alto; cosa, del resto, più che legittima; perché nessuno può permettersi di vendere allo stesso prezzo a cui compra; e non dubito che potrai sempre giurare in buona fede di non aver pagato più di quello che ti ha chiesto il macellaio o il pollivendolo. Se la padrona ti ordina di metter su un pezzo di carne per cena, non interpretarlo nel senso che devi metterla “tutta”; perciò puoi offrirne metà a te stessa e al maggiordomo.
Jonathan Swift, Istruzioni alla servitù, Istruzioni alla cuoca, cap. 2, Adelphi ebook
Con la leggerezza del gioco e l’irriverenza dello sfottò, Swift descrive la vita quotidiana in un’aristocratica casa settecentesca: da una parte uno stuolo di “colombine e di “arlecchini” che lavano, puliscono, lucidano, fanno la spesa, cucinano, servono a tavola, ricevono gli ospiti; dall’altra i padroni petulanti e spocchiosi, per i quali l’argenteria non è mai abbastanza lucida, le lenzuola non sono sufficientemente profumate, la carne non è cotta a puntino, l’inchino ricevuto non abbastanza profondo.
Il servo ha vita dura: che ricorra a qualche piccolo discutibile mezzuccio che gli consenta di "sopravvivere", deve far gridare allo scandalo? Può darsi, ma non è meno scandaloso prendere a calci un servo perché non ha lucidato lo specchio fino a farlo brillare...
