Può sorprendere che
Schopenhauer, il pessimista irriducibile caro a Leopardi, abbia scritto sulla felicità.
Eppure, negli ultimi anni della sua vita, egli prese a raccogliere appunti,
riflessioni e massime di vita in vista della stesura di un trattato il cui
titolo avrebbe dovuto essere Eudemonologia (dottrina della felicità). Il
trattato rimase per così dire allo stato grezzo fino a quando, dopo la morte
del filosofo, opportunamente riordinati/assemblati, quegli appunti sparsi
confluirono nel volumetto L’arte di essere felici (ovvero Eudemonologia o
eudemonica).
A chi verrebbe in mente di associare all’idea di felicità la filosofia di Schopenhauer, il pensatore che, ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819) coglie il dramma del vivere nella contraddizione tra il “voler” vivere e il non “voler” soffrire? Come può parlare di felicità proprio chi nella vita scorge solo dolore e tedio? A sciogliere ogni perplessità è lo stesso Schopenhauer che, nella massima n. 17 e poi nella penultima delle 50 massime che compongono il trattatello L’arte di essere felici, afferma:
Una delle maggiori chimere che assorbiamo…è quella secondo cui il valore empirico della vita risieda nei suoi piaceri, ossia che vi siano gioie e possedimenti che rendono positivamente felici. Si va quindi alla caccia del loro conseguimento, finché, troppo tardi, sopravviene il disinganno, quando cioè nella caccia alla felicità e al piacere, che non sono affatto realmente presenti, incontriamo invece ciò che lo è realmente. Il dolore, la sofferenza, la malattia, la preoccupazione e mille altre avversità. Se invece riconoscessimo precocemente che i beni positivi sono una chimera, mentre i dolori sono assai reali, mireremmo solo a evitarli da lontano, secondo l’aristotelico (…) “l’uomo saggio non persegue ciò che è piacevole, ma l’assenza di dolore (Aristotele, Etica Nicomachea, VII, 12, 1152 b 15-16)
A. Schopenhauer, Massima n. 17, L'arte di essere felici, Adelphi ebook
Come è noto, alla domanda se la vita umana corrisponda, o possa corrispondere, a questo concetto di esistenza (cioè dell’esistenza felice) la mia filosofia dà una risposta negativa
A. Schopenhauer, Massima n. 49, L'arte di essere felici, Adelphi ebook
Proprio perché la vita non
riserva che dolore, occorre imparare a non soccombere. Di qui la necessità di
regole di comportamento e accorgimenti che permettano di giungere non già alla
felicità assoluta, che è pura chimera, non al piacere, che è effimero, ma ad
una condizione di minore sofferenza possibile, che è l’unica
forma di “felicità” in cui si possa umanamente sperare. (La felicità non è
che un sogno -scriveva Voltaire nella lettera al Marchese de Florian nel
1774- solo il dolore è reale).
Che la felicità risieda
nell’assenza di dolore o quantomeno nella capacità di gestirlo, così da ridurne
gli effetti devastanti, non è idea nuova: basti solo pensare a Seneca, che nel De
tranquillitate animi esorta a rifuggire dalle passioni smodate, dal clamore
della mondanità, in generale da ogni cosa e da qualunque situazione rischino di
turbale la serenità dello spirito.
L’eudemonica schopenhaueriana
si suddivide in due parti:
1.massime per il nostro comportamento verso noi stessi
2. massime per il nostro comportamento verso gli altri.
Dunque, per essere “felici”,
secondo Schopenhauer è necessario attenersi a precise regole di comportamento
verso se stessi e verso gli altri. Eccone alcune.
Evitare l’invidia
Occorre evitare l’invidia,
perché numquam felix eris, dum te torbequit felicior (non sarai mai
felice fino a quando ti tormenterai perché un altro è più felice di te. Seneca,
De ira, III, 30, 3). Ogni uomo dovrebbe conoscere se stesso, ogni uomo dovrebbe
sapere ciò che vuole e ciò che può ottenere: è votato all’infelicità colui che,
non conoscendo se stesso e le proprie debolezze/i propri limiti, insegua obiettivi
che non è in grado di raggiungere.
Di contro, nel caso in cui
un individuo fosse in grado di conquistare ciò che invidia ad altri, non è
certo che ne ricavi felicità perché, come il pesce sta bene solo nell’acqua,
l’uccello solo nell’aria, la talpa solo sotto terra (cit., massima n. 3) allo
stesso modo ogni uomo si trova bene nella condizione più adatta a lui, al suo
carattere, al suo sentire.
Sottrarsi al senso di
frustrazione (o al rischio d’infelicità) che nasce dall’invidia è possibile
solo se, evitando di guardare ai più fortunati, si considera la condizione di
sofferenza di chi sta peggio. (massima 27).
Accettare l’ineluttabile
Per essere “felici” è
necessario imparare ad accettare i mali che la vita ha in serbo.
Non c’è per noi consolazione efficace se non nella piena certezza della immutabile necessità. Un male che ci ha colpiti non ci tormenta tanto quanto il pensiero dei modi in cui lo si sarebbe potuto stornare; quindi nulla è più efficace per rasserenarci del considerare l’accaduto dal punto di vista della necessità (…) e noi per conseguenza riconosciamo il male sopraggiunto come ineluttabilmente prodotto dal conflitto delle circostanze interne ed esterne, ossi il fatalismo.
Massima n. 3, da L'arte di essere felici
Nulla riesce a rasserenare
lo spirito quanto il considerare tutti gli accadimenti, il bene e il male, come
manifestazioni di un destino ineluttabile. È facile osservare che, come gli
elefanti catturati strepitano e lottano finché non vedono che ciò è inutile, e allora,
improvvisamente ammansiti, offrono il collo al giogo, domati per sempre, allo
stesso modo gli uomini si lamentano finché sperano di poter modificare gli
eventi, ma quando comprendono che essi sono immutabili, smettono di dolersi e
si rasserenano in una quieta accettazione (massima n. 4).
Vivere il presente
È senz’altro di ostacolo
alla felicità vivere nell’attesa del futuro o nel rimpianto/nella nostalgia del
passato: coloro che guardano alle cose che sopraggiungeranno come alle uniche
che porteranno felicità e ugualmente quelli che vivono rimpiangendo ciò che è
stato, lasciano scorrere il presente senza goderne.
Ma per lo più noi facciamo il contrario: progetti e preoccupazioni per il futuro o anche la nostalgia del passato ci tengono occupati in modo talmente continuo e duraturo che il presente perde quasi qualsiasi importanza e viene trascurato (…). Così ci inganniamo tutta la vita.
Massima 14, da L'arte di essere felici
Eccetera…
Fino alla massima n. 50,
l’eudemonica di Schopenhauer è un susseguirsi di consigli e ammonimenti:
occorre dominare la collera ed evitare l’odio; si deve guardare a ciò che si
possiede con gli stessi occhi con cui lo si guarderebbe se di colpo venisse
portato via; bisogna evitare l’inattività; è necessario prendersi cura della
propria salute, perché quando questa è presente, tutto diventa più sopportabile;
occorre riuscire a perdonarsi, perché le scelte/le decisioni umane determinano
solo in parte il corso della vita, dipendendo esso in massima parte da
circostanze esterne non modificabili; al
possesso di beni materiali occorre anteporre la cura dello spirito; è opportuno
evitare di fare per la vita progetti di ampio respiro, perché la vita è
imprevedibile…
(Che fatica!)
Morale: è possibile
conquistare quel pizzico di felicità che consiste nel soffrire il meno
possibile, soltanto se si è disposti a soffrire un po’.
Questa sì è coerenza!