Tra
i saggi di Norberto Bobbio (1909–2004),
filosofo e giurista tra i più eminenti del suo tempo, c’è quello intitolato L’età
dei diritti, pagine intense che fin dalla prima costringono a riflettere e
quasi commuovono per quell’ottimismo della volontà che di Bobbio fu
tratto distintivo e lo sorresse in momenti pur molto bui della nostra storia.
Qual
è il futuro dell’umanità? –si chiede Bobbio–, in quale direzione procede la storia del mondo?
Certo,
a guardarci intorno preoccupano la devastazione dell’ambiente, la potenza
distruttiva di armi sempre più sofisticate, i conflitti sociali, l’orrore della
guerra, la povertà crescente, uno scenario che sembrerebbe annunciare un futuro
di sventure. Tuttavia, modificando il punto di vista sulla storia intesa come
mera successione di fatti/accadimenti da descrivere, da allineare nel tempo,
infine da raccontare e assumendo invece la prospettiva della filosofia della
storia, che s’interroga non sui fatti in sé, ma ogni fatto e l’intero corso
storico considera come diretto ad un fine (telos), ecco che pur fra i molti e innegabili motivi di
preoccupazione, Bobbio riesce a cogliere qualche segno positivo, qualche
indizio rivelatore di un processo verso un possibile, forse non
probabilissimo, riscatto dell’umanità.
L’uomo è un animale teleologico, che agisce in vista di fini proiettati verso il futuro. Solo tenendo conto del fine di un’azione, se ne può capire il “senso”. La prospettiva di filosofia della storia rappresenta la trasposizione di questa interpretazione finalistica dall’azione dell’individuo singolo all’umanità nel suo complesso…Ciò che rende problematica la filosofia della storia è proprio questa trasposizione, di cui non possiamo dare nessuna prova convincente (…) Chi crede opportuno operare questa trasposizione (…)deve essere cosciente che si sta muovendo su un terreno che con Kant possiamo chiamare di “storia profetica”, vale a dire di una storia la cui funzione non è conoscitiva, ma ammonitiva, esortativa o soltanto suggestiva.
Norberto
Bobbio, L’età dei diritti, Parte prima, Einaudi ebook
La
filosofia della storia interpreta il singolo evento/fatto o una serie di eventi
in relazione ad un fine ultimo in virtù del quale acquista un senso; ma
il fine della storia non è cosa che si possa afferrare a colpo d’occhio, non si
manifesta nell’immediatezza del dato oggettivo, è piuttosto la suggestione di
un timore, di una speranza, di un bisogno. Non c’è labirinto che non abbia
un’uscita, ma occorre cercarla con determinazione e senza mai abbandonare la
speranza di trovarla. (cfr, G.
Zagrebelsky Il dubbio e il dialogo)
Tra
i segni che alimentano la speranza, Bobbio ne scorge uno in
particolare: la crescente importanza che nel corso del tempo è via via andato
acquisendo il dibattito sui diritti dell’uomo; un dibattito che s’intensifica
quanto più si rafforzano la consapevolezza dello stato di sofferenza, di
penuria, di infelicità in cui versa l’uomo nel mondo (soprattutto alcuni
uomini) e l’idea dell’intollerabilità di tale stato.
La
storia dei diritti e del loro riconoscimento è relativamente recente, ha inizio
in età moderna, quando alla concezione organica della società, secondo la quale
la società è un tutto e il tutto prevale sulle singole parti, Kant, gli
Illuministi e poco più tardi i rivoluzionari francesi, in una sorta di
rivoluzione copernicana, contrappongono la concezione individualistica, secondo
la quale le parti (le singole parti) prevalgono sul tutto: prima viene
l’individuo singolo, che ha valore di per se stesso, e poi viene lo Stato, così
che all’art. 2 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del
1789 si legge che lo scopo di ogni associazione politica è la tutela dei
diritti imprescrittibili dell’uomo.
In
questa inversione del rapporto tra stato e individuo, anche il rapporto tra
doveri e diritti risulta rovesciato: se nella concezione organica
l’individuo è oggetto del potere o tutt’al più soggetto passivo che ha doveri
più che diritti (primo fra tutti il dovere di rispettare le leggi), secondo la visione
individualistica ciascuno, ogni singolo individuo, deve poter soddisfare
i propri bisogni ed essere posto nelle condizioni di raggiungere i propri fini,
specie quello della felicità, il fine individuale per eccellenza.
Il
passaggio dal punto di vista del potere (dello stato, dei governanti) a quello
dell’individuo non più oggetto, ma soggetto attivo/cittadino, segna la nascita
dello Stato di diritto, nel quale l’individuo gode non solo dei diritti
imprescrittibili in quanto essere umano, ma ha verso lo stato sia diritti
privati che diritti pubblici.
È
altamente improbabile –Bobbio lo sa– che in futuro tutti gli individui saranno
finalmente liberi, uguali e felici come nell’ipotetico stato di natura
descritto da Rousseau, tuttavia, afferma Bobbio, nella storia dei diritti si sono
raggiunte mete significative dalle quali non si potrà tornare indietro, il che
apre il cuore alla speranza. A partire dal secolo scorso e in special modo
negli ultimi decenni, infatti, non soltanto è aumentata la platea dei soggetti
titolari di diritti, ma la lista dei diritti è andata allungandosi sempre di
più
È avvenuto rispetto ai soggetti quello che era avvenuto sin dall’inizio rispetto all’ida astratta di libertà, che si era venuta via via determinando in singole e concrete libertà (di coscienza, di opinione, di stampa, di riunione, di associazione) in una progressione ininterrotta che continua tuttora: basti pensare alla tutela della propria immagine rispetto all’invadenza dei mezzi di riproduzione e diffusione di cose nel mondo esterno, o alla tutela della riservatezza di fronte all’accresciuta capacità dei pubblici poteri di memorizzare nei propri archivi dati privati sulla vita di ciascuno. Così all’astratto soggetto uomo, che aveva già trovato una sua prima specificazione nel “cittadino” (nel senso che al “cittadino” potevano essere attribuiti diritti ulteriori rispetto all’uomo in generale) si è fatta valere l’esigenza di rispondere con ulteriore specificazione alla domanda: quale uomo, quale cittadino?
Questa specificazione è avvenuta sia rispetto al genere, sia rispetto alle varie fasi della vita, sia tenendo conto della differenza tra stato normale e stati eccezionali nell’esistenza umana.
Norberto
Bobbio, L’età dei diritti, Parte prima, Einaudi ebook
Quella
dei diritti è una lunga e meravigliosa storia di conquiste: dai diritti
di libertà, quelli che limitano il potere dello stato sull’individuo, si è
giunti in un secondo momento al riconoscimento dei diritti politici, che garantiscono
la partecipazione dei membri di una comunità al potere politico, quindi sono
stati proclamati i diritti sociali, che –almeno
sulla carta– affermano il benessere e l’uguaglianza non solo formale
di tutti gli individui; infine in tempi più recenti sono stati riconosciuti i
diritti civili, vale a dire la libertà di ogni individuo di
esprimere/realizzare pienamente se stesso.
Quanto
ai soggetti portatori di diritti, se ne sono riconosciuti in numero sempre
crescente: da un generico soggetto uomo tra il Sei e il
Settecento, si è poi giunti al riconoscimento dei diritti del cittadino (al
quale spetta una serie di diritti per così dire aggiuntivi rispetto all’uomo in
astratto). Infine si sono riconosciuti i diritti specifici della donna (per
esempio il diritto all’aborto), fino a riconoscere i particolari diritti del bambino,
dell’anziano, del malato, del detenuto, del portatore di handicap ecc.
Spingendo lo sguardo al di là del nostro tempo, già s’intravede l’estensione della sfera del diritto alla vita delle generazioni future, la cui sopravvivenza è minacciata dalla crescita smisurata di armi sempre più distruttive, e a soggetti nuovi (…) Beninteso, tutte queste nuove prospettive fanno parte di quella che io ho chiamato all’inizio la storia profetica dell’umanità, e che la storia degli storici (…) si rifiuta di riconoscere.
Ibidem
Sorretto
da quell’ottimismo della volontà che non rinuncia alla speranza, nella lunga
battaglia per i diritti e nel loro progressivo ampliamento Bobbio, dunque,
scorge una tappa importante nel cammino verso un futuro di giustizia e di pace:
diritti, democrazia e pace sono tre momenti imprescindibili dello stesso
processo storico, poiché senza i primi non v’è democrazia, quando non vi sia
democrazia viene meno la condizione necessaria per la risoluzione pacifica dei
conflitti.
Tuttavia
altro è parlare di diritti dell’uomo, di diritti sempre nuovi e sempre più
estesi, altro è assicurare la loro protezione effettiva (cit.):
tanto sul piano internazionale che all’interno dei singoli stati, lo iato
tra la solennità delle dichiarazioni o delle promesse e la loro attuazione è
tale da far vacillare anche il più ostinato degli ottimisti.
Il
futuro che Bobbio, pur con molte perplessità, auspica quando nel 1951 scrive L’età
dei diritti, quel futuro è ora sotto i nostri occhi e somiglia poco,
somiglia sempre meno, al mondo immaginato dal filosofo. Il rapporto annuale di
Amnesty International sullo stato dei diritti umani nel 2025 racconta di
continue e gravi violazioni dei diritti, di pratiche repressive del dissenso e
delle proteste sia pure pacifiche, di una preoccupante escalation dei
conflitti, di politiche che ostacolano l’inclusione, di discriminazione nei
confronti delle minoranze, di crescente violenza sulle donne, di suicidi nelle
carceri, di un mondo in cui alla forza del diritto va progressivamente
sostituendosi il diritto della forza: è sufficiente uno sguardo a volo sugli
USA di Donald Trump (l’America dell’CE, delle deportazioni, delle
discriminazioni) per averne chiara e concreta dimostrazione.
Cosa
ci dice questa nostra realtà sul fine della storia? In quale
direzione stiamo procedendo? Andiamo verso la felicità o verso la catastrofe?
Concludo: ho detto all’inizio che porsi dal punto di vista della filosofia della storia significa porsi il problema del senso della storia. Ma ha la storia di per se stessa un senso, la storia, dico, come seguito di avvenimenti come vengono raccontati dagli storici? La storia ha solo il senso che noi di volta in volta, secondo le occasioni, i nostri desideri e le nostre speranze, le attribuiamo. E quindi non ha un solo senso. Riflettendo sul tema dei diritti dell’uomo, mi è parso di cogliervi un segno dl progresso morale dell’umanità. Ma è l’unico senso? Quando rifletto su altri aspetti del nostro tempo, ad esempio sulla corsa vertiginosa ad armamenti che mettono in percolo la vita stessa della terra, dovrei dare una risposta completamente diversa…Il progresso umano non era per Kant necessario, era soltanto possibile. Gli rimproverava ai politici di non aver fiducia nella virtù e nella forza del movente morale, e di ripetere <il mondo è andato sempre così com’è andato finora>. Costoro, commentava, con questo loro atteggiamento fanno sì che l‘oggetto della loro previsione, vale a dire l’immobilità e la monotona ripetitività della storia, si avveri. In tal modo ritardano ad arte i mezzi che potrebbero assicurare il progresso verso il meglio.
Norberto
Bobbio, L’età dei diritti, Parte prima, Einaudi ebook
La
conclusione del saggio sembra smentire le premesse. In apparente contraddizione
con se stesso, Bobbio conclude che la filosofia della storia non può dirci
nulla sul fine ultimo della storia, perché la storia di per se stessa non ha un
fine né una ragione: la storia è contraddittoria e ambigua, è un incessante
mescolarsi di luci e ombre, di bene e male, di segni premonitori di un
futuro più giusto e di altrettanti segni negativi. Per dirla con
Montale, la storia si sposta di binario e la sua direzione non
è nell’orario (cfr: E. Montale. La Storia, da Satura) : il solo fine della storia è quello che l’uomo
le attribuisce.
Forse
ci attende un futuro di pace e giustizia o forse ad
attenderci c’è la catastrofe, dipende solo da noi e dalle nostre scelte.
Ma
non c’è tempo da perdere.