Menzogne e politica. Jonathan Swift, altri


Nel mondo del “dover essere”, la politica è la più nobile delle attività: attraverso leggi giuste e scelte ragionevoli, essa lavora per il benessere della collettività.

Sul “dover essere” della politica, la filosofia antica si è espressa attraverso l’opera di alcuni dei più grandi pensatori di sempre.

Nei capitoli VI e VII della Repubblica, Platone afferma che il fine della politica è di assicurare giustizia e felicità; tuttavia, perché raggiunga lo scopo, lo Stato deve essere governato dai filosofi: ragionevoli, equilibrati, mai avidi né inclini a certe bassezze del potere, guidati da vero amore per gli altri, solo i filosofi assicurano il buon governo, rappresentando altresì modelli di virtù cui la collettività può ispirarsi.

Benché contrario alla repubblica e favorevole alla monarchia come miglior forma di governo, Aristotele condivide con Platone l’idea che la politica persegua il bene comune. Al libro VIII dell’Etica Nicomachea, nel definire l’amicizia un sentimento di profondo affetto che lega due o più anime affini, Aristotele afferma che essa è uno dei beni più preziosi, al punto che nelle sciagure o nella povertà, gli uomini cercano rifugio presso gli amici


È manifesto che in ciascun tipo di costituzione c’è amicizia nella misura in cui c’è anche giustizia. L’amicizia tra un re ed i suoi sudditi sta nel fatto che il re fa loro più benefici di quanti non ne riceva: egli, infatti, fa del bene ai sudditi, se, essendo buono, si prende cura di loro, per farli star bene, come un pastore si prende cura delle sue pecore; perciò anche Omero chiamò Agamennone "pastore di popoli". 

Aristotele, Etica Nicomachea (Libro VIII, cap 11)


Il buon sovrano ha per i suoi sudditi la stessa cura che il pastore riserva alle pecore, lo stesso amore che un genitore nutre per il figlio, la cui felicità egli antepone a se stesso.

Lo storico greco Plutarco (Cheronea 46; Delfi 125) dedica alla politica e al buon governo una parte cospicua del trattato Moralia. Alcuni testi di Moralia confluiscono nell’opuscoletto L’arte della politica (Giulio Einaudi, 2018). L’opera è una sorta di vademecum pensato per il sovrano (tra le tre principali forme di governo, democrazia, oligarchia e monarchia, Plutarco predilige il governo monarchico poiché il più vicino alla perfezione ) che volesse sapere quali errori evitare e quali comportamenti tenere nel governo di una città.

In primo luogo egli deve circondarsi di filosofi, gli “amici della virtù” in grado di guidarlo/consigliarlo, mentre deve rifuggire dalla compagnia degli adulatori, dei buffoni, degli ignoranti, dei bugiardi che non hanno a cuore la virtù ma l’interesse personale.

La filosofia non insegna, direbbe Pindaro «come uno scultore incide statue ritte sul loro piedistallo»; mira a rendere tutto ciò che tocca attivo, operoso e vitale, e instilla impulsi ad agire e preferenza per azioni onorevoli, assennate ed elevate
(cit. L’arte della politica, Il filosofo deve discorrere soprattutto con i politici, G. Einaudi)

Il politico perfetto è quello che dalla filosofia è plasmato secondo i principi di giustizia, saggezza, risolutezza; con il pensiero sempre rivolto al bene pubblico, il buon governante attrae a sé le masse, che infatti riconoscono negli altri la lusinga dell’inganno.

Perché riesca a conservare il favore delle masse, il re non deve mai cedere alla tentazione di accentrare su di sé un potere illimitato (ne ricaverebbe solo odio e invidia) e deve poter contare sull’aiuto di fidati e saggi collaboratori/magistrati. Il suo scopo è il benessere dei sudditi, dunque egli deve fare tutto ciò che è in suo potere per prevenire o placare le discordie, per impedire o (quando vi fossero) per sanare le disuguaglianze perché dalla ricchezza eccessiva di pochi e dalla violenza di alcuni, mentre gli altri sono nullatenenti e il popolo è miserabile, scaturisce la tirannide (cit. L’arte della politica, Introduzione, G. Einaudi)

Il buon sovrano e i suoi funzionari preservano sempre la propria dignità, non si lasciano corrompere, non accettano incarichi servili e umilianti per brama di potere e/o di ricchezze e, se sono anziani, non esitano a ritirarsi a vita privata perché non è un’onta per un ultrasessantenne tendere il polso al medico, ma lo è piuttosto tendere la mano al popolo chiedendo un voto o un’elezione per acclamazione. (cit. L’arte della politica, Se un anziano deve impegnarsi in politica).

Il vero statista ha a cuore la sicurezza dei cittadini, non provoca burrasche ma le impedisce, combatte il nemico o l’avversario lealmente, rifugge dalla volgarità di accusare chi non ha colpe, non scappa per codardia né sonnecchia per pigrizia; al contrario lavora incessantemente ed è pronto ad addossarsi colpe non sue.

Ora, se dal mondo del dover essere ci si porta in quello molto meno esaltante della realtà effettuale, le cose cambiano in maniera significativa. Nel mondo vero –e non in quello utopico della speranza– le cose vanno come le descrive Jonathan Swift (l’autore de I viaggi di Gulliver) nel saggio pubblicato da Alphaville edizioni digitali con il titolo L’arte della menzogna politica. Nel saggio compaiono due scritti: il primo è l’articolo The art of political lying, già pubblicato nel 1710 sulle pagine del giornale The Examiner; l’altro testo s’intitola Proposals for printing a very curious discourses, intitled Pseudologia politikè e fu dato alle stampe nel 1712.

La politica è l’ambito in cui la menzogna regna sovrana, questa la tesi di Swift.

Quando e dove nacque la menzogna e come poi venne adattata alla politica, non è dato sapere. Tuttavia, si sa con certezza che essa mostrò fin da subito le fattezze di un mostro: un mostro con il pungiglione nel caso di infante in buona salute, privo di pungiglione se malato o nato morto.

Che la menzogna fosse destinata a grandi imprese, lo si capì immediatamente, in effetti, essa può fare tutto: può conquistare regni senza combattere; può trasformare un granello di sabbia in una montagna o una montagna in un granello di sabbia; di un ateo può fare un santo; di un nero può fare un bianco; di un amico un nemico, ogni cosa può trasformare nel suo opposto.

Si può definire la menzogna politica come l’arte di convincere il popolo a proposito delle salutari falsità per qualche buon fine (cit. L’arte della menzogna politica, Proposte per la pubblicazione di un discorso molto insolito, Alphaville ebook).

A ben osservare, sembra che gli uomini abbiano diritto solo ad una certa quota di verità, una quota che varia in base all’età, alla dignità, alla professione. In forza di questo diritto a certe verità, gli individui giustamente reclamano la verità nell’ambito ristretto della famiglia, della cerchia di amici o del quartiere: è forse tollerabile che un figlio menta? Chi di noi non sentirebbe di essere stato tradito dall’amico che gli ha raccontato frottole? Di contro, non c’è nessuno che sembri aver diritto alla verità nelle questioni di governo. In politica si mente di continuo: si raccontano menzogne per intraprendere o per proseguire guerre che altrimenti nessuno vorrebbe combattere; per vendere o comprare azioni ricavandone il maggior profitto possibile; per stabilire ciò che è Bene e ciò che non lo è; per avidità, per vanità o per vendetta.

Esistono specie e classi diverse di menzogne politiche: c’è la menzogna additiva, che conferisce a qualcuno qualità e virtù che non possiede; esiste la menzogna detrattoria che, a differenza della prima sottrae ad un uomo le qualità che gli andrebbero riconosciute; infine non va dimenticata la menzogna traslatoria, che le qualità di qualcuno trasferisce su qualcun altro. In ogni caso, mentire è un’arte, occorre saperlo fare: nella menzogna additiva, ad esempio, è un errore attribuire a qualcuno virtù in evidente contraddizione con la sua personalità.

L’ironia di Swift fa sorridere, benché l’argomento sia serissimo. Dov’è finita la politica che nell’Atene democratica del V sec a. C. era esercizio attivo di cittadinanza, confronto aperto, sia pur aspro, tra partiti e idee differenti? Qualcuno ha notizie del senso della misura, del garbo, del decoro, della sobrietà nel dire e nell’essere? Il dibattito politico è ridotto a una rissa senza esclusione di colpi in cui la vittoria è di chi spara la bugia più volgare o fantasiosa, non la più intelligente. La politica mente su tutto, manipola la realtà fino a trasfigurarla: racconta che il PIL aumenta e il Paese cresce; che il potere d’acquisto degli stipendi non è mai stato così forte; che la povertà è stata sconfitta e che, se ancora non è stata del tutto debellata, manca poco al traguardo; che la maggioranza di governo è solida e che chi sostiene il contrario per una qualche divergenza d’idee del tutto fisiologica alla democrazia è in malafede; che la politica sta facendo grandi cose e grandi investimenti per il futuro e per i giovani; ragioni per le quali, c’è da supporre che i tanti cervelli in fuga  lascino il loro Paese d’origine e i loro affetti più cari non per mancanza di opportunità, ma per l’irrefrenabile bisogno di viaggiare e scoprire il mondo.

Come in una crisi di sovrapproduzione, quando in un tempo limitato viene smerciata una quantità di prodotti superiore al fabbisogno, il mercato delle menzogne è ormai saturo: ma se l’offerta aumenta, la domanda diminuisce, così che anche il più tontolone tra i tontoloni smette di abboccare. Come risponde il politico alla richiesta di verità che giunge dal basso? Dicendo finalmente la verità? Neanche per sogno, racconta un’altra menzogna che possa correggere la prima. Ma la “pseudologia”, si sa, è un’arte, non è una scienza esatta, quindi è facile cadere nell’errore. L’errore che più di frequente commettono i nostri politici (nostri solo in quanto contemporanei a noi) è di credere che la menzogna sia più appetibile/convincente se condita di citazioni colte, meglio se latine (si vis pacem, para bellum svetta nelle preferenze); ma il manzoniano latinorum non sempre funziona, si rischia di coprirsi di ridicolo al primo accento sbagliato, cosa che può capitare a chiunque, ma soprattutto capita a chi non ha cognizione del latino né delle sue complicate regole grammaticali.

Occorrerebbe istituire ufficialmente il tempo per la verità, un arco di tempo non inferiore ai tre mesi in cui i politici fossero obbligati a dire solo la verità, nient’altro che la verità: non si sa mai, potrebbero scoprire che la verità, che appunto non richiede né la fatica né la fantasia dell’arte, è la via più facile. Potrebbero persino prenderci gusto...