Letteratura

La guerra nella filosofia della storia


Cos’è la filosofia della storia

La questione del senso della storia è una delle tante questioni filosofiche non suscettibili di soluzione empirica: il senso non è manifesto negli eventi storici, non è cosa che si possa afferrare a colpo d’occhio; ricercare il senso ultimo della storia ci precipita in un vuoto che solo la speranza o la fede sono in grado di colmare. (Karl Löwith, Significato e fine della storia, Introduzione).

Proprio sul senso ragiona la filosofia della storia che, parafrasando Karl Löwith nel succitato Significato e fine della storia, è l’interpretazione della storia alla luce di un principio per cui ogni evento/fatto o fenomeno storico è posto in relazione e acquista un senso in rapporto ad un fine ultimo (τέλος); insomma, individuato il fine, o almeno quello che si crede o si spera debba essere il fine ultimo della storia, questa acquista senso solo ed esclusivamente in relazione a quel fine, e poiché la storia si muove nel tempo, il fine deve essere una meta futura(cit. Karl Löwith).

Per dirla con le parole di Norberto Bobbio nel saggio L'età dei diritti, la filosofia della storia si muove sul terreno che si potrebbe definire di storia profetica, vale a dire di una storia la cui funzione non è conoscitiva, ma ammonitiva, esortativa o soltanto suggestiva (N. Bobbio, L'età dei diritti, cap. III)

Consideriamo le due principali concezioni della storia: da una parte la filosofia provvidenzialistica della storia (e le sue versioni per così dire “secolarizzate”), dall’altra la filosofia della storia che si potrebbe definire illuministica perché nata dalla rivoluzione culturale settecentesca, l’Illuminismo, per l'appunto.

La prima si regge sulla fede, l’altra sulla speranza; la prima crede che la storia sia l’attuazione di un piano divino e dunque abbia il suo fine ultimo nel portare a compimento il disegno della Provvidenza; l’altra, libera dall’elemento misticoreligioso, ha la speranza che l’uomo, unico artefice della storia (e non Dio o una qualche Ragione/Legge superiore) agisca così da imprimere alla storia la giusta direzione verso un futuro di libertà e giustizia.

Queste due filosofie della storia ragionano secondo opposte categorie filosofiche, rispettivamente quella della necessità, in base alla quale ciò che accade non potrebbe non accadere e ogni evento/fenomeno storico ha senso alla luce dell’imperscrutabile progetto divino; dall’altra parte quella della possibilità, secondo cui ciò che accade nella storia potrebbe non accadere perché tutto ciò che accade non dipende da altro che dalla volontà dell’uomo, che può scegliere quale debba essere il senso e il fine del proprio essere nel mondo.

Variando il punto di vista sulla storia e sul suo fine ultimo cambia significativamente la valutazione sul senso di ogni singolo evento. Vale anche per la guerra.

Nella visione provvidenzialistica della storia, poiché ciò che accade deve necessariamente essere, ne consegue che il male, l’irrazionale, l’orrore della guerra e tutte le atroci sofferenze che affliggono l’umanità si giustificano, e dunque vanno accettati, in quanto funzionali all’attuazione del disegno di Dio, che «non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande» (cit. A. Manzoni, Promessi sposi).

Considerate queste premesse, non sorprende che in passato i più convinti sostenitori della guerra siano stati di fatto i cristiani (il che non significa che il bellicismo sia stato appannaggio esclusivo dei cristiani, né che i non cristiani siano stati tutti dei pacifisti) i quali, posti di fronte al problema morale se la guerra fosse un bene o un male, se la sono cavata riconoscendo che essa è certamente un male in sé, ma un male necessario, che per giunta diventa un bene quando sia per una giusta causa o persegua un giusto fine.  È la posizione chiarissima di Tommaso d’Aquino, che nella Summa theologica, interrogandosi se la guerra debba sempre essere considerata un peccato, giunge alla conclusione che, al contrario, essa è necessaria e giusta quando serva a punire i malvagi e a difendere i buoni, quando ristabilisca la pace calpestata dall’aggressore, insomma quando consenta al Bene di trionfare sul male, a condizione tuttavia che sia condotta solo da chi ne ha la potestà, vale a dire da Stati e governanti, mai dai privati. (Parte II, Quaestio 40, art. 1).


La guerra secondo De Maistre

Tra i sostenitori della teoria provvidenzialistica, Joseph Marie de Maistre (1753 –1821)) non si limita a poche sporadiche e occasionali riflessioni sulla guerra, quali è dato trovare nell’opera di Agostino di Ippona (De civitate dei) o in o in quella del succitato Tommaso d’Aquino: egli elabora una compiuta filosofia della guerra nel trattato Les soirées de St. Pétersbourg, ou Entretiens sur le gouvernement temporel de la Providence.

L’opera consta di 12 dialoghi tra un conte, un senatore e un cavaliere che dibattono sull’annoso problema del male nel mondo.

Nell’affrontare il tema della guerra, i tre giungono a conclusioni sconcertanti: diversamente da quel che crede la massa, la guerra è tutt’altro che un male, essa anzi è utile perché tempra il carattere ed esalta la virtù di chi la compie, che così può dar prova di coraggio e di forza.

De Maistre supera se stesso quando giunge ad affermare che la guerra è cosa divina:

«In ogni grande divisione della specie umana, la morte ha scelto un certo numero d'animali a cui essa commise di divorare gli altri; così vi sono degl'insetti da preda, dei rettili da preda, dei pesci da preda, degli uccelli da preda, e dei quadrupedi da preda. Non vi ha un istante della di lui durata, in cui l'essere vivente non venga divorato da un altro. Al di sopra delle numerose razze d'animali è collocato l'uomo, la cui mano struggitrice nulla risparmia di ciò che vive; esso uccide per nutrirsi, uccide per vestirsi, uccide per ornarsi, uccide per difendersi, uccide per sollazzarsi, uccide per uccidere.» 

De Maistre Les soirées de St. Pétersbourg, colloquio 7

La guerra è divina perché realizza la Legge/il principio universale che governa il mondo: la legge della violenza in forza della quale un essere è naturalmente portato a distruggere l’altro essere, l’uomo sgozza l’altro uomo, il più forte domina sul più debole. La Storia è l’altare su cui tutto ciò che vive deve essere immolato affinché la vita stessa e l’umanità possano rigenerarsi più forti. In questa prospettiva, non il soldato va disprezzato, ma il pacifista, il misericordioso dal cuore tenero che piagnucolando per il sangue versato s’allontana dalla Legge e tradisce la Storia.


La guerra secondo Hegel

Lo storicismo hegeliano condivide con la visione provvidenzialistica della storia l’idea di necessità. 

Secondo Hegel (1770 –1831) la storia è la graduale realizzazione dello Spirito nel mondo, dunque nulla di ciò che accade nella storia è accidentale o casuale. Lo Spirito tuttavia non procede linearmente, ma attraverso il processo dialettico dei momenti di affermazione (tesi) negazione (antitesi) e negazione della negazione (sintesi). Il senso profondo della storia, la sua intrinseca razionalità (una ragione immanente e non un Principio trascendente come nella filosofia provvidenzialistica) è proprio nell’incessante e necessaria opposizione di questi momenti contrastanti, laddove la negazione è tappa fondamentale nella storia, poiché solo passando attraverso di essa è possibile andare oltre.

Ammessa così la positività del negativo nel processo dialettico della storia, la guerra diviene momento fondamentale e ineliminabile.


Spingendosi oltre, in Lineamenti di filosofia del diritto (1821), Hegel non ha dubbi nell’affermare che la guerra è un bene. Gli stati sono gli uni di fronte agli altri ciascuno con i propri diritti. I rapporti tra gli Stati prosegue Hegel– sono regolati da trattati, il rispetto dei quali dipende unicamente dalla volontà di coloro che li hanno stipulati. Quando le volontà particolari (degli stati) non trovano un accomodamento o, a maggior ragione, quando uno stato infranga i trattati recando così offesa ad un altro, quest’ultimo ha ragione di ricorrere alla guerra come al giusto strumento a difesa dei propri diritti.


La guerra nella visione irrazionalistica della storia

L’idea della guerra come forza rigeneratrice è uno dei motivi dell’irrazionalismo europeo (dalla seconda metà del XIX ai primi decenni del XX secolo).

Nella concezione irrazionalistica, la storia è mossa da forze irrazionali e ingovernabili: istinti, pulsioni, bisogni, desideri spesso inconfessabili, il cui intreccio caotico e casuale è all’origine di ciò che accade nella storia collettiva come in quella del singolo individuo. Nietzsche lo afferma convintamente in Umano, troppo umano: politica, morale, religione, categorie concettuali, sistemi di valori, istituzioni, abitudini, il funzionamento stesso delle società attraverso le epoche, i grandi eventi storici ma anche i fatti meno eclatanti, ogni umana creazione –in altre parole la Storia tutta– nascono dalla volontà di potenza dell’uomo, vale a dire dall’intimo bisogno che egli ha di affermare se stesso sul reale, così da sentirsi meno fragile e indifeso.

In quest’ottica, la guerra non è un male, al contrario essa è l’esplosione dell’energia vitale più autentica, è la sincerità dell’istinto contro l’ipocrisia della morale, è il dionisiaco che trionfa sull’apollineo.

L’esaltazione della guerra è il leitmotiv del Futurismo.

Nel 1915, Corrado Govoni pubblica un testo estremamente provocatorio: la guerra è bella, la guerra è libertà perché permette di spezzare le catene del vivere civile.

«[…] Non è l’amore della famiglia della giustizia della civiltà che ci spinge all’eccidio ed al massacro ma il nostro oscuro istinto di conquista e di rapina e di stupenda ribellione contro tutte le false leggi della società, stato, religione: menzogne, menzogne, maschere, maschere; perché solo la voracità l’insaziabilità sono le vere forze vive della creazione della vita. Saccheggia, stupra, ammazza, massacra, stupra, incendia, rovina, devasta, sconquassa, strazia! […] Puoi compiere tutte le vendette, soddisfare ogni tua cupidigia. Nessuno ti farà nessuna proibizione. Se vuoi entrare in una chiesa a fracassar col calcio del fucile il ceffo muffido di qualche crocefisso, nessuno griderà: –Sacrilego!»
Nessuno ti metterà in prigione. Puoi sfondare se ti aggrada una porta con una tua spallata, salir le scale coi tappeti senza pulirti dal fango le scarpe, scannare i servitori pieni di bottoni più dei soldati, impiccare il proprietario e prenderti la sua bella figlia e godertela a sazietà tutta ignuda sul suo letto, calda e tremante come l’uccellino che si tien prigioniero nella palma; dopo, se ciò ti fa piacere, la puoi sgozzare e gettare come uno straccio nel cortile che i suoi cani le lecchino il suo sangue blu…

Corrado Govoni, Guerra

Aberrante.

 

La guerra secondo l’Illuminismo. Voltaire


Esistono molti buoni motivi per opporsi alla guerraperché è immorale, perché è un peccato, perché è incostituzionale o, come nel Settecento per gli Illuministi, perché è irragionevole.

Si è già detto che la concezione illuministica della storia (non l’ultima in ordine cronologico tra quelle passate in rassegna fin qui, ma volutamente lasciata per ultimaruota intorno al concetto di possibilità: il destino dell’uomo dipende dalle sue scelte e la guerra è la sua scelta più folle. È l’idea di Voltaire

Ituriele è uno dei più importanti geni che presiedono agli imperi del mondo, e ha il dipartimento dell’Alta Asia. Una mattina scese nella dimora dello scita Babuc, sulle rive dell’Oxus, e gli disse: <Babuc, le pazzie e gli eccessi dei Persiani hanno attirato la nostra collera: ieri c’è stata un’assemblea dei geni dell’Alta Asia per stabilire se Persepoli verrà punita o distrutta. Vai nella città, esamina tutto, quando tornerai me ne renderai conto e in base alla tua relazione deciderò se correggere la città o annientarla > […]

Babuc montò sul cammello e partì con i suoi servi. Dopo qualche giorno […] incontrò l’esercito persiano che andava a combattere l’esercito indiano. Dapprima si rivolse a un soldato […] e gli chiese quale fosse il motivo della guerra. <[…] non ne so nulla, non è affar mio; il mio mestiere è uccidere ed essere ucciso […]. Se volete sapere perché combattiamo, chiedetelo al capitano>.

Babuc […] fece la conoscenza del capitano e gli chiese il motivo della guerra. <Come volete che lo sappia? […] Sento dire che è scoppiata la guerra, lascio subito la mia famiglia e, secondo le nostre abitudini, vado a cercare la fortuna o la morte […]. Solo i nostri satrapi principali sanno perché ci si sgozzi> […]
Babuc […] concluse che, se anche Ituriele non li avesse sterminati, quei popoli si sarebbero ugualmente estinti per la loro pessima amministrazione.

Voltaire, Tutti i romanzi, i racconti e Dizionario filosofico, Il mondo come va, Visione di Babuc, cap. 1, cap. 2 e cap. 6 da ebook Newton Compton Editori

 

Quello riportato è un breve estratto da Il mondo come va, racconto lungo di Voltaire.

Nella guerra i soldati si sgozzano tra loro per ubbidire agli ordini dei loro generali, questi a loro volta eseguono la volontà di principi e governanti, i quali dal canto loro intraprendono le guerre per un pugno di monete o per una striscia di terra.

<Sono uomini questi>, si chiede Babuc mentre vede ufficiali uccisi dalle proprie truppe, soldati che finiscono i compagni agonizzanti per pietà o per impadronirsi di un loro straccio insanguinato, di un qualche oggetto senza valore... 

Gli uomini sono dei pazzi, afferma Voltaire in Micromegas (altro splendido racconto) e il mondo è un formicaio di assassini occupati a lavorare per la propria rovina.


Questo il monito (e insieme la speranza) dell’Illuminismo: nessuna mano segreta nella Storia, nessuna Provvidenza, nessun senso nella guerra, ma solo scelte umane. 


L’umanità salvi se stessa e lavori perché la Storia abbia il suo fine ultimo in un futuro di pace.





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