Il
dolore è fenomeno universale, non c’è creatura al mondo che non ne faccia
esperienza.
Tralasciando
per il momento il dolore/i dolori dell’anima, tema sul quale letteratura e
filosofia hanno detto e scritto tutto il possibile, qualche breve
considerazione sul dolore fisico.
Per
quanto sia esperienza sempre poco gradita, il dolore fisico è necessario alla
nostra sopravvivenza perché ci dice che qualcosa nel nostro organismo non sta
funzionando come dovrebbe. Se non fossimo capaci di avvertire dolore,
eviteremmo ore di attesa nei Pronto soccorso, ci terremmo felicemente distanti
da dentisti, reumatologi, ortopedici e simili e quelle lunghe liste d’attesa
che tutti sappiamo essere “il” problema della sanità pubblica non sarebbero
affar nostro; insomma, vivremmo in una sorta di beata inconsapevolezza tuttavia
pericolosissima per la nostra salute. Per
fortuna quella fitta improvvisa che ci sorprende nel bel mezzo di una
serata con gli amici, quel dolorino fastidioso che ci impedisce di
addormentarci ci convincono ad indagare. Il dolore è la sentinella a guardia
della nostra salute.
Accanto al dolore buono che ci
salva la vita, c’è il dolore cattivo dei malati terminali o di chi è
affetto da malattie irreversibili/incurabili; un dolore assoluto, devastante,
osceno che tuttavia la medicina è oggi è in grado di trattare. La medicina del
dolore permette la cura di malati afflitti da
dolore acuto o cronico; le cure
palliative alleviano le sofferenze
del malato terminale; il suicidio medicalmente assistito è un diritto (almeno
sulla carta) per chi soffra di malattia irreversibile e patisca dolore
fisico e psicologico intollerabile. I progressi della medicina, la
disponibilità di strumenti e tecniche un tempo impensabili hanno modificato
radicalmente non soltanto l’approccio al dolore, ma il comune pensiero sul
dolore, di fatto smentendo e ribaltando la millenaria credenza secondo cui la
sofferenza è fatalità ineludibile, male necessario contro il quale non esiste
rimedio se non l’accettazione e/o la sublimazione. Soffrire non solo non è necessario,
è un’inutile crudeltà.
La filosofia insegna a gestire il dolore
Da Democrito in avanti, la filosofica
antica si è molto occupata del dolore, e in special modo della sofferenza
dell’anima, limitandosi sulla questione dolore fisico a poche considerazioni
circa la sua ineluttabilità e sulla forza interiore di cui dà prova chi lo
sopporta con serenità d’animo (Euthymia): la tranquillità dell’anima è la virtù che si
consegue quando la Ragione/il lucido pensiero vince sui sensi secondo Socrate,
è la saggezza dell’autocontrollo che tiene a freno gli istinti come per gli
stoici.
Esprimendosi sul tema del dolore fisico, nell’Epistula ad Lucilium 78 Seneca afferma che il grado di tollerabilità del dolore è influenzato dallo stato d’animo con il quale lo si vive/lo si affronta. Certo, ammette Seneca, vi sono malattie che comportano grandi sofferenze, ma non c’è dolore che non sia sopportabile, poiché la Natura a tal punto ama l’uomo da aver disposto che il dolore sia o tollerabile o breve. Il dolore è tuttavia tollerabile a condizione che lo si affronti con la tranquillità d’animo del saggio, al contrario lamentarsi a null’altro serve che ad aggravare la sofferenza.
Lo stesso Seneca dà prova di grande forza d'animo quando, spinto al suicidio dall'imperatore Nerone, affronta la morte con la stessa dignità di Socrate, con la stessa euthymia con la quale, molti anni più tardi (nel 524), Boezio sopporterà torture indicibili, ancor più atroci perché inflitte ad un innocente.
Nel De tranquillitate animi, l’attenzione di Seneca è tutta per il dolore dell’anima: dispiaceri, delusioni, frustrazione, amarezza, senso di inadeguatezza e molto altro sono i mali dai quali è afflitto chi spreca la propria vita nella futilità. L’unica felicità possibile è la pace interiore (ancora il concetto di euthymia) che si conquista conducendo vita morigerata. Per questo l’amico Sereno, che infelice e disorientato chiede consiglio a Seneca, rifugga dalle passioni: sono forse felici l’ingordo, l’avaro o il lussurioso? Uno è afflitto dal pensiero del cibo, l’altro è schiavo del denaro e vive nel timore che glielo sottraggano, l’ultimo è ossessionato dal sesso: chiunque dipenda dalle passioni è tormentato come il malato da morbo incurabile. Sereno eviti inoltre di cullare desideri che sa essere irrealizzabili, perché è grande la frustrazione di non vederli concretizzati; si guardi dagli eccessi di ogni sorta; si conceda tempo per l’otium così da non lasciarsi risucchiare nel vortice della vita pubblica, insomma rifugga da qualunque situazione, persona o cosa possa turbare il suo animo e recargli sofferenza. È questo il senso dell’imperturbabilità auspicata da Seneca (e dallo stoicismo): non la fredda impassibilità di chi è insensibile alla sofferenza, ma l’intelligente controllo di sé.
Non è molto diversa l’idea di Epicuro, per il quale la felicità/il piacere è nell’assenza di dolore (aponìa) garantita dalla tranquillità dello spirito (atarassia).
Gli scettici elaborano una concezione del dolore decisamente più moderna. Nel solco del relativismo inaugurato dai sofisti, secondo cui non esiste realtà oggettiva al di fuori del soggetto e l’uomo è misura di tutte le cose (Protagora), lo scetticismo considera il dolore un’esperienza sempre soggettiva e afferma che la percezione del dolore varia col variare della cultura, del carattere, delle attitudini del singolo individuo. Nei suoi Saggi, Montaigne osserva che non vi sono al mondo due individui che vivano il dolore allo stesso modo: alcuni, forti di spirito e fermi nella volontà, sopportano dolori atroci e delusioni cocenti, mentre altri, probabilmente perché poco abituati a trovare la propria principale soddisfazione nell’anima, smaniano in presenza di lievi disturbi. Al cap. XIV del Libro I, Montaigne racconta che quando Posidonio era tormentato da una malattia acuta e dolorosa (cit.), l’amico Pompeo andò a trovarlo e si scusò molto per aver scelto un momento per lui così penoso. «Dio non voglia» gli rispose Posidonio «che il dolore possa tanto su di me da impedirmi di discorrerne e di parlarne». E cominciò a discorrere di filosofia. Ma il dolore lo tormentava senza tregua. Posidonio allora esclamò: «Hai un bel fare, dolore, ma non dirò che sei male». Il disprezzo del dolore è la via per affrancarsene.
In una prospettiva diametralmente opposta, per il Cristianesimo il dolore non è un male di cui liberarsi o da sopportare con imperturbabilità d’animo, ma occasione salvifica, strumento di redenzione che avvicina a Dio: solo chi vive il dolore nell’imitazione di Cristo otterrà il premio della salvezza.
Nella riflessione sul rapporto tra la Fede e l’umano soffrire non si può non menzionare il martirio, la mattanza di cristiani che a migliaia furono crocifissi, lapidati, torturati, perseguitati all’alba del Cristianesimo e poi fino al IV secolo, quando l’imperatore Costantino con l’Editto di Milano nell’anno 313 garantì loro piena libertà di culto; né vanno dimenticate le varie forme di volontaria penitenza di movimenti, confraternite e sette mistico-religiose che nel Medioevo riempirono l’Europa. La ricerca del dolore come mezzo di salvezza li spingeva ad autoinfliggersi atroci sofferenze, basti pensare ai Flagellanti che, sfilando a torso nudo per le vie delle città, andavano percuotendosi con bastoni avvolti da filo spinato fino a quando le loro carni martoriate non prendevano a sanguinare.
Se per il Cristianesimo la sofferenza apre alla salvezza, in certa parte della cultura e della filosofia ottocentesche -e in generale nel Romanticismo- essa è condizione necessaria alla conoscenza. È così in Schopenhauer, per il quale la filosofia nasce proprio dall’esperienza e dalla cognizione del dolore.
«Nessun essere, eccetto l'uomo, si stupisce della propria esistenza; per tutti gli animali essa è una cosa che si intuisce per se stessa, nessuno vi fa caso... Quanto più in basso si trova un uomo nella scala intellettuale, tanto meno misteriosa gli appare la stessa esistenza: gli sembra piuttosto che il tutto, così com'è, si comprenda da sé... Al contrario la meraviglia filosofica... è condizionata da uno svolgimento superiore dell'intelligenza, ma non da questo soltanto: senza dubbio è anche la conoscenza della morte, e con essa la considerazione del dolore e della miseria della vita, ciò che dà il più forte impulso alla riflessione filosofica e alle spiegazioni metafisiche del mondo. Se la nostra vita fosse senza fine e senza dolore, forse non verrebbe in mente a nessuno di chiedersi perché il mondo esista e perché sia fatto così com'è fatto...»
A. Schopenhauer, Supplementi a Il mondo come volontà e rappresentazione, Libro
Insomma, se la vita fosse una splendida gioiosa avventura, se essa fosse eterna e senza dolore, l’uomo non s’interrogherebbe sul senso del mondo, della vita e della morte, non avvertirebbe l’esigenza di conoscere l’origine e il perché del tutto e ignaro trascinerebbe la propria scontata esistenza. A sua volta la conoscenza stessa genera sofferenza, poiché in virtù di essa l’uomo acquista consapevolezza della propria fragilità, della caducità di ogni cosa e del dolore come condizione ineliminabile del vivere (si veda Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, di G. Leopardi).
Ribellarsi al dolore
Per quello che si è detto fin qui, da una parte la medicina ci solleva dal dolore fisico, dall’altra la filosofia ci dice che il dolore è consustanziale alla vita, dunque va accettato con serenità d'animo e tollerato o piò o meno eroicamente.
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