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| Vittoriale, la villa di D'Annunzio |
Introduzione
D’Annunzio (1863-1938) fu poeta, romanziere,
drammaturgo, giornalista, parlamentare, dandy (modello di
eleganza), uomo e intellettuale senz’altro
eclettico. Amante della mondanità e del lusso, cultore della bellezza e dell’arte,
s’impegnò a fare un’opera d’arte della sua stessa vita cimentandosi in imprese
eclatanti e spericolate, vivendo in uno sfarzo superiore alle proprie
possibilità, circondandosi di belle donne e belle cose.
Sostenne con convinzione l’entrata dell’Italia
nella Prima guerra mondiale e vi partecipò arruolandosi come volontario alla
veneranda età di 50 anni. Intrattenne con Mussolini un rapporto non privo di
contraddizioni, una sorta di odio-amore in cui convivevano diffidenza reciproca
ma anche affinità di pensiero.
Culturalmente aperto ad accogliere suggestioni
e novità della cultura europea, attinse al Simbolismo, di cui c’è traccia nella
sua produzione poetica, al Verismo per le opere in prosa, e alla filosofia
di Nietzsche che -sia pur con qualche fraintendimento- gli ispirò l’idea del superuomo e una certa
filosofia della vita.
La presenza di tanti elementi e/o riferimenti
culturali nell’opera di D’Annunzio non ne pregiudica tuttavia l’originalità:
uno stile sublime e talvolta retorico; un linguaggio raffinato e
curatissimo in cui la parola vuole cogliere la realtà nella sua sensualità
(nel suo pieno offrirsi ai sensi); una sintassi articolata e
complessa, sono tratti tutti dannunziani.
Il Piacere, la trama
La sua opera più nota è il romanzo Il
piacere, pubblicato nel 1889, lo stesso anno in cui uscì Mastro don
Gesualdo di Verga: due opere e due autori che per stile e visione della
vita furono agli antipodi.
Attraverso un intreccio piuttosto complesso e
una serie di lunghi flashback, le pagine del romanzo ci restituiscono la storia
del protagonista Andrea Sperelli, giovane aristocratico tutto impregnato d’arte
e di quel culto della bellezza che ne fanno un esteta e lo distinguono dalla
massa.
"Sotto il grigio diluvio democratico odierno, che
molte belle cose e rare sommerge miseramente, va anche a poco a poco
scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta
viva di generazione in generazione una certa tradizione familiare d’eletta
cultura, d’eleganza e di arte" Cap. 1
Se il diluvio democratico (compatibilmente
con quel che si possa dire “democratico” a fine Ottocento) imbarbarisce il gusto e la sensibilità per il bello,
Andrea Sperelli, rampollo di quella nobiltà italica naturalmente
propensa alla bellezza in ogni sua forma, ne apprezza e ne riconosce il valore;
della sua stessa vita intende fare un’opera d’arte, tenendo fede agli
insegnamenti paterni: vive in un lussuoso palazzo nobiliare a Roma, è
circondato da opere d’arte, da oggetti preziosi e da belle donne; partecipa a feste e ad eventi mondani; vive
nel culto della bellezza e del piacere che nasce dal godimento del bello.
L’alter ego di D’Annunzio.
Innamoratosi della sensuale Elena Muti,
Sperelli intraprende con lei una relazione che s’interromperà bruscamente quando
lei lo lascerà per sposare un altro.
Sperelli, ancora innamorato di Elena- o almeno,
così crede- si abbandona alla dissolutezza di amori occasionali, alla ricerca
quasi ossessiva del piacere sessuale e di sensazioni forti ma effimere. Ha
occasione di rivedere Elena quando lei va a trovarlo nel suo appartamento per
un’ultima volta.
Ferito in un duello, Sperelli è ospite presso
la villa di sua cugina e conosce Maria Ferres, donna sposata dal carattere
mite, che, quasi angelica, è molto diversa da Elena. Dopo un primo rifiuto,
Maria cede al corteggiamento di Sperelli, intraprendendo con lui una relazione
tormentata, che ha termine quando una notte, durante l’intimità, lui la chiama
con il nome dell’altra. Maria lo abbandona fuggendo inorridita. La conclusione
del romanzo ci restituisce uno Sperelli sconfitto e infelice.
La debolezza della volontà
Sperelli, né esteta tanto meno superuomo, è in
realtà più vicino al personaggio dell’inetto, del quale condivide la debolezza
della volontà-che gli impedisce di scegliere- e la tendenza alla finzione e
all’autoinganno.
Ambigua è la relazione con Maria:
Sperelli vorrebbe convincersi dell’autenticità del proprio sentimento in realtà
ama- o crede di amare- Elena. Seduce Maria nonostante lei gli si opponga
supplicandolo, ma l’eccitazione della conquista è tale che Sperelli
egoisticamente insiste fino a farla capitolare:
Maria è per lui strumento per il soddisfacimento di sé e della propria vanità,
ma anche è una sorta di sottile vendetta nei confronti di Elena per essere
stato da lei abbandonato.
Anche l’amore per Elena è ambiguo, un amore
passionale, che appaga i sensi e il narcisismo di Sperelli, ma è anche artefatto,
poco sincero: si noti la teatralità con la quale egli si prepara ad
accogliere Elena nel proprio appartamento, dove, a molto tempo di distanza
dalla loro separazione, i due s’incontrano per l’ultima volta.
“Cercò d'imaginare la scena; compose alcune frasi;
scelse con gli occhi intorno il luogo più propizio al colloquio. Poi anche si
levò per vedere in uno specchio se il suo volto era pallido, se rispondeva alla
circostanza. …Egli aveva in sé qualche cosa di Don Giovanni e di Cherubino:
sapeva essere l'uomo di una notte erculea e l'-amante timido, candido, quasi
verginale. La ragione del suo potere stava in questo: che, nell'arte d'amare, egli
non aveva ripugnanza ad alcuna finzione, ad alcuna falsità, ad alcuna
menzogna. Gran parte della sua forza era nella ipocrisia….Quale atto io
farò accogliendola? Quali parole io le dirò?» Egli si smarriva, mentre i minuti
fuggivano. Egli non sapeva già con quali disposizioni Elena sarebbe venuta…..Andrea mentiva; ma la sua eloquenza era così calda, la sua voce era così penetrante, il tócco delle sue mani era così amoroso, che Elena fu invasa da una infinita dolcezza..".(Cap
1)
Sperelli recita, nessuna
spontaneità in lui: si
prepara con cura all’ultimo incontro con Elena e, come fa un attore prima
di andare in scena, studia nei dettagli ciò che dirà e farà; guardandosi
allo specchio si compiace di essere pallido a sufficienza per un’occasione che
richiede giusto grado di sofferenza perché “nell'arte d'amare, egli
non aveva ripugnanza ad alcuna finzione, ad alcuna falsità, ad alcuna
menzogna”. La
passione per l’arte è in lui, debole di carattere ed egoista, tendenza
all’artificio, pura finzione.
“Si compiacque a lungo nel considerar
l’avventura. Si compiacque, in ispecie, della maniera elegante e singolare con
cui Elena aveva dato sapore al capriccio. E l’imagine del boa suscitò l’imagine
della treccia di Donna Maria, suscitò in confuso tutti gli amorosi sogni
da lui sognati intorno a quella vasta capellatura vergine che un tempo faceva
languir d’amore le educande nel monastero fiorentino. Di nuovo, egli mescolò i
due desiderii; vagheggiò la duplicità del godimento; travide la terza Amante
ideale".. (Cap
12)
“….Nel tumulto delle inclinazioni
contraddittorie egli aveva smarrito ogni volontà ed ogni moralità. La volontà, abdicando, aveva ceduto lo scettro agli
istinti; il senso estetico aveva sostituito il senso morale." (Cap. 2)
In Sperelli convivono contraddizioni e
personalità diverse: attratto dalla sensuale Elena ma al contempo dalla
casta Maria, vagheggia una terza donna, la donna ideale (forse) che
unisca la sensualità dell’una e il pudore dell’altra. Un’ulteriore menzogna che
racconta a se stesso per mascherare la perversione che lo costringe ad una
ricerca continua di nuove emozioni e del piacere fine a se stesso.
“Il padre gli aveva dato, tra le
altre, questa massima fondamentale: “Bisogna fare la propria vita, come
si fa un’opera d’arte. Bisogna che la vita d’un uomo d’intelletto sia opera di
lui. La superiorità vera è tutta qui….
Anche, il padre ammoniva:
“Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La
regola dell’uomo d’intelletto, eccola: ― Habere, non haberi... Un tal seme
trovò nell’ingegno malsano del giovine un terreno propizio..
Ma queste massime volontarie, che
per l'ambiguità loro potevano anche essere interpretate come alti criterii
morali, cadevano appunto in una natura involontaria, in un uomo…la cui potenza
volitiva era debolissima…"(Cap. 2)
In una
natura malsana e in una volontà debole come quelle di Sperelli, Il monito
paterno habere, non haberi (possedere ma non essere posseduti),
un invito dunque a rimanere liberi nel godimento del piacere, origina
tutt’altre inclinazioni e comportamenti.
Sperelli
non possiede la volontà della ragione-intelletto- che garantisca libertà
persino nell’ebbrezza-e finisce schiavo del piacere e delle passioni.
Sperelli un inetto, dunque: molto vicino
all’abiezione morale di Dorian Gray(1), ma per certi versi non dissimile dall’inetto
per eccellenza Zeno Cosini (protagonista de La Coscienza di Zeno) al
quale si avvicina per la tendenza all’inganno e all’autoinganno, per quella
malattia della volontà che gli impedisce di scegliere. Se però l’inettitudine
di Sperelli è la malattia della volontà di un singolo, la malattia di
Zeno è emblematica del malessere esistenziale dell’uomo moderno, dunque ha implicazioni filosofiche diversissime.
(1) cfr, Il ritratto di Dorian Gray, Oscar WIlde
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