Che ne è stato del futuro?
Non il futuro
immediato, il piccolo futuro che grava sull’oggi, caricandolo di aspettative
ansiogene o di vacue speranze. Non il futuro del giorno dopo, ché anzi
viviamo nell’impazienza di scoprire cosa sarà domani, se l’esito dell’esame
sostenuto sarà positivo, se pioverà o ci sarà il sole, se il colloquio di
lavoro andrà come speriamo, se giungerà la telefonata desiderata; il futuro cui
allude la domanda è il “grande” futuro, “il futuro dei profeti biblici sempre
in cammino verso una Terra promessa” (cit. Caudio Magris, Dura un attimo il
giorno), quello di chi sogna una vita e un mondo migliori.
La tensione verso un mondo più giusto e
finalmente libero dalla violenza, dall’orrore della guerra, dalle
disuguaglianze, dalla fame, è stata il motore della Storia (e dell’azione
politica) fino a pochi decenni fa: uno sguardo a volo sugli ultimi tre o
quattro secoli di Storia è sufficiente a darne conferma.
Il secolo della grande utopia è stato il
Settecento: il rifiuto della consuetudine/della tradizione a fondamento e a giustificazione
dello status quo; il richiamo alla ragione che smaschera pregiudizi e svela
errori; la fiducia nell’uomo e nella sua capacità di spezzare le catene
dell’ignoranza e dell’asservimento; l’affermazione del principio secondo cui
tutti gli uomini nascono liberi e uguali; non ultimo l’impegno dei governi
acciocché tutto questo non rimanesse lettera vuota ma si traducesse in
vero/concreto cambiamento (si pensi all’azione riformatrice dei sovrani
illuminati con l’abolizione dei privilegi feudali; la riforma dell’istruzione e
del Codice penale; nel Granducato di Toscana l’abolizione della pena di morte
ecc.) segnarono l’inizio di quella che Norberto Bobbio nell’omonimo saggio definisce
l’età dei diritti, l’arco di tempo compreso tra il XVIII e la prima metà
del XX secolo
Il sogno di un mondo libero da ogni forma
di tirannia trovò spazio nelle opere di Kant, di Voltaire o di Rousseau e prese
corpo nelle due Rivoluzioni più grandi di sempre: la Rivoluzione americana
(1776), storicamente la prima netta affermazione del principio di
autodeterminazione di un popolo; e la Rivoluzione francese, che sovvertendo
l’ordine esistente, al suddito obbediente contrappose il cittadino titolare di
diritti (Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, 1789).
Nel XIX secolo, il rifiuto
dell’oppressione (l’oppressione politica, ma anche quella del dogmatismo di
verità date per assolute) si tradusse in una rivendicazione di piena libertà dell’individuo
-titanicamente e anche a costo della vita in lotta contro il “sistema”- e della
libertà dei popoli dal giogo straniero.
Parallelamente all’azione di
rivoluzionari e patrioti a difesa della libertà degli individui e della Nazione
(si pensi ai movimenti indipendentisti in America latina, in Grecia o al
Risorgimento italiano), l’ Ottocento vide la fioritura di opere filosofiche e
letterarie che, sia pure in contesti culturali differenti, proprio nell’anelito
alla libertà ebbero il loro tema centrale: nell’opera di Foscolo, Jacopo Ortis
non esita a darsi la morte, quando la sua Venezia è ceduta all’Austria da
Napoleone; Marx auspicò l’emancipazione della classe operaia dallo
sfruttamento capitalista; John Stuart Mill affermò che ciascun
individuo è libero di
scegliere cosa fare di sé e della propria vita, a patto che le sue scelte non
nuocciano agli altri; Emile Zola, l’intellettuale “impegnato” che con coraggio
prese posizione nell’Affaire Dreyfus -storia di antisemitismo e di spionaggio-,
indicò nella povertà e nell’emarginazione le cause prime dei comportamenti
criminali.
Il XX secolo conobbe la tragedia delle due Guerre
mondiali, di sanguinari regimi dittatoriali e della Shoah, ma ne trasse insegnamento e
monito per il futuro e disse “mai
più”: mai più la guerra, mai più l’oppressione
dell’uomo sull’altro uomo, mai più il razzismo, mai più la negazione dei
diritti e dell’umana dignità. E così,
mentre la letteratura e il cinema neorealisti raccontavano gli orrori appena
vissuti affinché non fossero dimenticati, nell’aprile del 1945, riunitisi a San Francisco, i rappresentanti di
cinquanta paesi diedero vita all’ONU, l’organismo internazionale cui fu
consegnata la speranza in un mondo di pace. Solo qualche anno più tardi, il
10 Dicembre 1948 vide la luce la Dichiarazione universale dei diritti umani.
Quello tra il XVIII e il XX secolo
è stato dunque il tempo dell’utopia: si parlò di libertà, di
uguaglianza, di pace, di giustizia; si credette nella possibilità di un mondo
migliore; si gettarono le fondamenta sulle quali edificarlo.
Di contro, il
nostro sembra essere il tempo dell’inerzia, una sorta di paralisi del pensiero
e dell’azione che ricorda quella del malato di storia descritto di
Nietzsche nella Seconda Considerazione inattuale: tutto è già stato
fatto di quanto era possibile fare, ma se pure vi fosse ancora qualcosa in cui
sperare e da tentare, la precarietà del tutto e l’imprevedibilità della vita
renderebbero vano qualunque sforzo. La
Storia muore qui e ora.
Guardare alla
Storia (e a ciò che accade) con il disincanto, la rassegnazione, la pigrizia
temuti da Nietzsche è vieppiù pericoloso quando più urgente dovrebbe essere
l’azione, più forte la speranza, più chiara la risposta. Non la risposta
immediata e di corto respiro cui la politica ci sta abituando, non la toppa che
rammenda provvisoriamente lo strappo, ma una risposta di lungo termine che,
partendo dall’analisi, prospetti soluzioni efficaci e durature per il futuro.
Consideriamo
lo spinoso tema delle migrazioni.
Nel mondo in
cui viviamo, con la catastrofe ecologica che ci minaccia e che già produce
cataclismi in molte aree del pianeta, con le guerre in corso che non promettono
certo di diminuire, le migrazioni sono sempre più motivate da ragioni di pura
sopravvivenza. Ci piaccia o no, saranno la condizione normale, proprio com’era
un tempo, prima degli Stati-nazione, quando gli spostamenti di intere
popolazioni da un luogo all’altro erano all’ordine del giorno. Questo fa sì che
nel nostro mondo, nel mondo europeo e occidentale, sia difficile individuare
un’identità razziale. Molto più “pure”, secondo le idee dei nostri razzisti,
erano proprio le popolazioni e le civiltà autoctone in America e in Africa che
abbiamo sterminato! Noi siamo un miscuglio, per nostra fortuna; perché il
meticciamento non è una disgrazia, ma una ricchezza.
Gustavo
Zagrebelsky, Migranti, respingimento, accoglienza: di chi è la Terra?, da La
costituzione dei poveri.
Le migrazioni
sono fenomeno strutturale indissolubilmente legato a condizioni e dinamiche
economiche, climatiche, demografiche e sociali di portata globale; per questo, che
piaccia o no, vanno considerate una condizione “normale” del nostro tempo, una
condizione che andrebbe gestita con razionalità (oltre che con umanità!), possibilmente
senza isterie e uscendo dalla logica dell’emergenza in base alla quale sono
possibili soluzioni solo parziali, temporanee e necessariamente inefficaci.
E poi ci sono il
cambiamento climatico, la povertà e l’approfondirsi delle differenze sociali,
la crisi della democrazia e la disaffezione al voto, la recrudescenza del
razzismo, il disagio giovanile, la sicurezza e mille altre questioni sulle
quali occorrerebbe intervenire seriamente: investendo denaro ed energie,
attuando politiche coraggiose, combattendo il pregiudizio, puntando su
educazione e istruzione, salvaguardando i diritti della persona; e coltivando
la speranza.
Invece non scommettiamo
più sul futuro. Non ci appartiene e non ci riguarda. Lasciamo pure che le cose
accadano! L’importante è arrivare a domani.
“Un tempo il
futuro era migliore”
Aforisma di Karl
Valentin (1882-1948)