Teiere volanti e prodigiosi spaghetti. Da Russel a Henderson


Filosofo, matematico, scrittore e per giunta blasonato (ereditò il titolo di conte alla morte del fratello maggiore) Bertrand Russel (1872-1970) ebbe una vita spericolata, una di quelle vite che non dormi mai -per dirla con Vasco Rossi- ma in compenso fai una gran quantità di altre cose.

Fu allevato dalla nonna, contrarissima all’educazione eccessivamente liberale impartita dai genitori (John e Catharine), che infatti erano anticlericali, femministi, favorevoli al divorzio, e al controllo delle nascite. Si sposò quattro volte e ogni volta visse il matrimonio nella libertà di chi è convinto che l’uomo è naturalmente poligamo e che la fedeltà coniugale è un’ipocrisia. Ebbe tre figli, John, Catharine e infine l’ultimo nato, che volle chiamare Conrad in onore dello scrittore Joseph Conrad. Con la seconda moglie (la femminista Dora Black) fondò una scuola progressista dove all’educazione sessuale era riservato lo spazio necessario a liberare i giovani dall’oppressione dell’etica cristiana. Nel 1918 fu condannato a sei mesi di reclusione per propaganda pacifista. Nel 1940 fu incaricato dal City College di New York di tenere un ciclo di conferenze, ma fu sollevato dall’incarico in quanto ateo e non in linea con gli standard del College. Nel 1949, quando ormai aveva settant’anni, si salvò a nuoto dopo un incidente aereo nel Mare del Nord. Nel 1950 ottenne il Premio Nobel per la letteratura. Nel 1955 con Einstein, al quale era legato da sincera amicizia, firmò un manifesto a favore del disarmo. Nel 1966 istituì il Tribunale Russel contro i crimini di guerra compiuti in Vietnam dagli USA. Infine, nel gennaio del 1970, pochi giorni prima di morire (ormai novantottenne), tornò a condannare per l’ennesima volta l’occupazione israeliana della Palestina.

I curiosi che volessero conoscere altri particolari sull’avventurosa vita di Bertrand Russel, possono attingerne di succosissimi dalla sua Autobiografia o, in alternativa, dal saggio Cattivo maestro (Bertrand Russel: logico, ateo, libertino, pacifista) di Piergiorgio Odifreddi.

 

La teiera volante

Uomo e intellettuale fuori dagli schemi, Russel coltivò il libero pensiero contro ogni dogmatismo, contro la pretesa di poter acquisire una qualche verità indiscutibile e immutabile. In realtà non esiste affermazione o opinione che sia perfettamente vera, tutte le opinioni hanno almeno una penombra di vago e di falso. Il metodo per accrescere il grado di verità delle nostre opinioni (…) consiste nel prestare ascolto a tutte le parti, cercare di accertare tutti i fatti rilevanti… e coltivare la disposizione a scartare ogni ipotesi che si sia dimostrata inadeguata (cit., Russel, Saggi scettici, cap. XII). Dunque, è vero solo ciò che è stato ragionevolmente dimostrato; altrimenti si è di fronte ad un’opinione il cui grado di attendibilità/verità è pari a quello che ci sarebbe nell’affermare che una gigantesca teiera volante orbita intorno al Sole:

 

Many orthodox people speak as though it were the business of sceptics to disprove received dogmas rather than of dogmatists to prove them. This is, of course, a mistake. If I were to suggest that between the Earth and Mars there is a china teapot revolving about the sun in an elliptical orbit  nobody would be able to disprove my assertion provided I were careful to add that the teapot is too small to be revealed even by our most powerful telescopes.
But if I were to go on to say that, since my assertion cannot be disproved, it is intolerable presumption on the part of human reason to doubt it, I should rightly be thought to be talking nonsense…

Bertrand Russel, Is There a God?

 

Quello riportato è un estratto dall’articolo Is There a God? (Dio c’è?) che Russel scrisse nel 1952.

Molti ortodossi, afferma Russel, parlano come se toccasse agli scettici dimostrare l’infondatezza dei dogmi, invece che ai dogmatici provarli. Ovviamente si sbagliano.

Se qualcuno sostenesse che la tra la Terra e Marte c’è una teiera di porcellana che gira attorno al Sole in orbita ellittica, nessuno potrebbe confutarlo: sarebbe sufficiente che egli dicesse che la teiera è troppo piccola per essere rilevata anche dai più potenti telescopi. Ma dimostrerebbe di essere un cretino se, nel sostenere l’esistenza della teiera, egli ritenesse un’intollerabile presunzione dubitare della sua asserzione solo perché nessuno la può confutare.

Se però -aggiunge poco dopo Russel- l’esistenza della teiera comparisse in qualche testo sacro, venisse proclamata come verità ogni domenica dal pulpito e fosse inculcata nelle teste dei bambini a scuola, dubitarne verrebbe ritenuto assurdo.

Le verità date per assolute sono proprio come le teiere orbitanti intorno al sole: esistono solo per chi ci crede fideisticamente, vanno in pezzi se sottoposte al vaglio della ragione. Questo vale soprattutto per la religione, un insieme di credenze (non di verità accertate) delle quali secondo Russel è più che legittimo dubitare, tanto più perché gravano sull’uomo limitandone la libertà.


Alle religioni (e in particolare alla religione cristiana) Russel dedica il saggio Perché non sono cristiano. La tesi sostenuta nel saggio è che le religioni nascano dalla paura (idea centrale di certa filosofia dal De rerum natura di Lucrezio in avanti).


Secondo me la religione si basa essenzialmente sulla paura. In parte è il terrore dell’ignoto, in parte…il bisogno istintivo di immaginare qualcuno che ci aiuti e ci protegga nei pericoli: suppergiù una specie di fratello maggiore

Bertrand Russel, il timore, fondamento della religione Cap. 1, da Perché non sono cristiano, Longanesi ebook.


La religione -ogni religione, ma soprattutto la religione cristiana- è dannosa; come una malattia, essa provoca grande sofferenza all’umanità, la priva della gioia di vivere, la tiene sadicamente in scacco con la minaccia dell’atroce punizione divina, la spinge all’intolleranza, le chiede di abdicare alla ragione per credere all’indimostrabile (l’esistenza di Dio, l’immortalità dell’anima ecc).

Nocive di per sé stesse, le religioni lo sono ancor di più se istituzionalizzate in una chiesa, che, come ogni casta arroccata su se stessa e sui propri privilegi, le interpreta sempre a proprio esclusivo vantaggio e a scapito dell’umanità, a maggior ragione quando, credendosi depositaria di verità assolute, si oppone al progresso intellettuale-culturale e/o a verità scientifiche in contrasto con la Fede: la sorte subita da Galileo Galilei è un esempio tra tanti.

 

Dalla teiera allo Spaghetto Volante


La russelliana metafora della teiera è applicabile ovunque vi sia chi, partendo dal presupposto che è vero ciò che non può essere smentito (e non ciò che è provato come tale) voglia far passare un’opinione o una credenza come verità assoluta e indiscutibile: le fake news, la pubblicità, la propaganda politica, il favoloso mondo dei social, le (svariate) teorie del complotto sono esempi illuminanti sul gran numero di teiere che ogni giorno volteggiano sulle nostre teste.

L’idea della teiera ha ispirato numerosi romanzi, tra i quali l’esilarante Libro sacro del prodigioso Spaghetto Volante (2006) che l’autore, il fisico americano Bobby Henderson, scrisse in risposta al Provveditorato agli Studi del Kansas e alla sua proposta di introdurre nelle scuole l’insegnamento della teoria del Disegno Intelligente (secondo cui la storia dell’universo è la realizzazione di un Piano superiore) in alternativa al tradizionale insegnamento dell’evoluzionismo. Nel suo Libro sacro, Henderson propone ironicamente di introdurre nelle scuole un terzo insegnamento, quello della teoria (una vera e propria religione) pastafariana, secondo la quale ogni cosa e ogni accadimento sono frutto del Disegno Demente architettato da un misterioso e prodigioso Spaghetto Volante. Nel Disegno Demente non sono contemplate spiegazioni scientifiche, origine e causa di tutto è l’intervento delllo Spaghetto Volante, così che, per esempio, la forza di gravità, irresponsabilmente insegnata agli studenti attraverso una serie di fandonie, non è che l’effetto della pressione esercitata sui corpi dalle Appendici Spaghettose. Perché lo Spaghetto Volante si preoccupi di spingere i corpi verso il basso, non è dato sapere: è probabile che lo faccia per evitare che essi fluttuino inutilmente nello spazio.

Il pastafarianesimo, avverte Henderson nell’Introduzione, è la religione del nostro tempo, sta già facendo molti proseliti in giro per il mondo. Come dargli torto? Il proliferare di negazionismi, complottismi, fondamentalismi d’ogni genere e di verità alternative le più fantasiose è la dimostrazione evidente che i tempi sono maturi perché il pastafarianesimo finalmente trionfi sulla scienza! 

Il centro d’irradiazione della pastafariana rivoluzione culturale-religiosa che scuoterà il mondo dal suo torpore è (come spesso è accaduto nella Storia)  negli USA,  dove la verità alternativa/l'antiscienza del popolo MAGA s'espande a macchia d'olio nelle istituzioni e nella società civile.

Questi sono tempi entusiasmanti per la santità -i politici lanciano crociate, nazioni invadono altre nazioni e gli scienziati stanno perdendo terreno (...)

Tenendo presente questo, la Chiesa del prodigioso Spaghetto volante (PSV) ti invita a scoprire di più su di noi.

Bobby Henderson, Introduzione, Libro sacro del prodigioso spaghetto Volante, Mondadori,


Sintetizzato nei suoi contenuti fondamentali, il pastafarianesimo afferma che: 

1) Lo Spaghetto Volante (non si sa se fatto di grano duro o semola. Su questo il dibattito è ancora aperto) ha creato la Terra in circa 0,062831853 secondi solo 5000 anni fa, ma l’ha camuffata in modo che sembrasse molto più vecchia. In quanto onnisciente, lo Spaghetto Volante sapeva che gli scienziati, creature patologicamente curiose forse per motivi sessuali, prima o poi avrebbero ficcato il naso dappertutto per scoprire i segreti dell’universo, per questo ha sparso qua e là falsi indizi allo scopo di mandarli in confusione. Si è premurato, ad esempio, di piazzare sotto la superficie della terra una gran quantità di fossili, per lo più ossa di dinosauro, così che gli scienziati pensassero che molti milioni di anni fa la terra fosse popolata da queste enormi bestie. In realtà, i dinosauri appartengono ad epoche molto recenti (non è possibile che essi fossero sulla Terra prima ancora della Terra stessa), anzi è probabile che molti di loro siano ancora tra noi (o sopra di noi). I dinosauri, inoltre, non hanno non hanno ossa: essi riescono a stare eretti pompando sangue nei muscoli e irrigidendoli proprio come accade al pene maschile (se ne può dedurre che i dinosauri funzionano come enormi peni).

2) Lo Spaghetto Volante è ovunque nell’universo e attraverso le sue Spaghettose Appendici distribuisce bontà e nutrimento ai suoi fedeli: questo è scientificamente provato dal fatto che se ad un soggetto viene somministrata la comunione cristiana (l’ostia) e ad un altro soggetto, di uguale peso e altezza, viene somministrata la comunione pastafariana, che consiste in un piatto di spaghetti con polpette, dopo un certo numero di ore di digiuno il primo dà segni di cedimento psico-fisico, l’altro è ancora in forze e di buon umore. 

3) Bisogna dubitare della scienza. Si prenda il concetto di “selezione naturale”, secondo cui sopravvivono gli individui che sviluppano caratteristiche che facilitano l’adattamento all’ambiente. Ma se questo fosse vero, come si spiega il becco d’anitra di cui fa bella mostra l’ornitorinco? Cosa se ne fa l’ornitorinco di un becco d’anitra? Checché ne dicano gli scienziati, che si guadagnano lo stipendio nell’inutile ricerca di una spiegazione evolutiva di questa ridicola creatura (cit. Qual è il problema dell’evoluzione?), la spiegazione non è che una: lo Spaghetto Volante ha creato l’ornitorinco così com’è perché, a differenza degli scienziati, ha il senso dell’umorismo. 

4) In origine, lo Spaghetto Volante ebbe il suo popolo eletto nei pirati, che furono i primi uomini ad abitare il pianeta. Nient’affatto violenti e ubriaconi come li si descrive nei libri, i pirati erano pacifici divulgatori del verbo pastafariano. Un tempo erano numerosissimi, ma vennero sterminati dagli invidiosi Hare Krishna (discendenti dei Ninja). L’estinzione dei pirati è stata causa di molti guai. 

5)… e molto, molto altro ancora.


In conclusione

Se sei un pastafariano, hai diritto ad esserlo.

In quanto pastafariano puoi affermare qualunque assurdità, puoi dire che gli asini volano, o meglio, che volerebbero se non fossero troppo pigri per farlo; puoi dire che i Marziani sono tra noi o che la Terra è piatta; a patto che:

1) tu non rompa le scatole al prossimo pretendendo che ti segua nelle tue farneticazioni (e così torniamo a Russel: non tocca agli scettici dimostrare l’infondatezza di un’opinione -qualunque essa sia-, spetta invece a chi la sostiene dimostrarne la fondatezza).

2) il tuo "pastafarianesimo" non si traduca in azioni/comportamenti lesivi della libertà (anche quella di affermare che il tuo pastafarianesimo è un cumulo di sciocchezze),e dei diritti altrui... 


 

 

L’esperienza dell’intolleranza.


Che cosa sia la giustizia, forse, nella vita di quaggiù non arriveremo mai a vederlo, ma l’ingiustizia tutti la vediamo bene alla luce della comune umanità violata, solo che non ci si voglia accecare con l’apatia e il cinismo, oppure con ideologie farneticanti e persino con sostanze deresponsabilizzanti, come largamente fatto, ad esempio, dai criminali nazisti.

G. Zagrebelsky, Orizzonte cristiano e laico della giustizia, cap. 1, La Costituzione dei poveri

Sono le parole di Gustavo Zagrebelsky nel saggio La Costituzione dei poveri, riflessione e insieme denuncia dello iato sempre più evidente tra i principi di uguaglianza e rispetto della dignità umana e la loro effettiva attuazione; tra il mondo del dover essere e la realtà di vite ai margini, esistenze segnate da povertà, oppressione e sfruttamento. Non c’è democrazia né giustizia dove manchino le condizioni perché ciascun individuo, tutti gli uomini e tutte le donne (dunque non soltanto i cittadini) siano riconosciuti soggetti portatori della stessa dignità.


L’intolleranza

Tra i nemici della democrazia come condizione nella quale soltanto si realizza la dignità della persona, l’intolleranza, vale a dire la difficoltà ad accettare l’altro in quanto portatore di una qualche diversità, è per sua natura uno dei più pericolosi: essa si basa su un cortocircuito categoriale (le caratteristiche di un singolo individuo sono arbitrariamente estese all'intera categoria di appartenenza), che dà in prestito al razzismo. Il razzismo dunque presuppone sempre l' intolleranza, mentre può esistere intolleranza senza razzismo (l'omofobia, per esempio): sono queste alcune delle riflessioni di Umberto Eco nel saggio Migrazioni e intolleranza, una raccolta di testi scritti tra il 1997 e il 2012.

Nel suo saggio, Umberto Eco descrive la fenomenologia dell’intolleranza tout court, con particolare riguardo all’intolleranza su base etnico-razziale.

L’intolleranza ha radici biologiche, si manifesta tra gli animali come territorialità, si fonda su reazioni emotive spesso superficiali -non sopportiamo coloro che sono diversi da noi, perché hanno la pelle di un colore differente, perché parlano una lingua che non comprendiamo, perché mangiano rane, cani, scimmie, maiali, aglio perché si fanno tatuare…L’intolleranza per il diverso o per l’ignoto è naturale presso il bambino tanto quanto l’istinto di impossessarsi di tutto quel che desidera. Il bambino viene educato alla tolleranza a poco a poco, così come viene educato al rispetto della proprietà altrui e prima ancora al controllo del proprio sfintere. Sfortunatamente, se tutti pervengono al controllo del proprio corpo, la tolleranza rimane un problema di educazione permanente degli adulti, perché nella vita quotidiana si è sempre esposti al trauma della differenza (…) Educare alla tolleranza gli adulti che si sparano addosso per ragioni etniche e religiose è tempo perso. Troppo tardi. Dunque l’intolleranza si batte alle radici, attraverso un’educazione costante che inizi dalla più tenera infanzia, prima che sia scritta in un libro, e prima che diventa crosta comportamentale troppo spessa e dura. 

Umberto Eco, Intolleranza, cap. 2 da Migrazioni e intolleranza, La nave di Teseo ebook

 

L’intolleranza nasce dall’istintiva paura del diverso/dell'ignoto: basti pensare alla naturale diffidenza che il bambino manifesta alla vista di volti sconosciuti, alla riluttanza con la quale accoglie qualunque cosa (un nuovo giocattolo, una situazione mai vissuta prima) esuli dal suo piccolo mondo noto. Se non superata attraverso l’educazione, l’informazione, lo studio, l’abitudine al confronto, la paura del diverso mette radici, cresce e s’irrobustisce a mano a mano che il bambino si fa adulto: un adulto intollerante, appunto. Probabilmente, un adulto razzista: è sufficiente che egli sia derubato del portafoglio da un individuo di una certa nazionalità, per convincersi che tutti gli uomini e tutte le donne di quella stessa nazionalità siano dei ladri, tutti delinquenti nati.

Nascendo da pulsioni elementari, l’intolleranza non può essere tenuta a freno con argomenti razionali/scientifici, con dati statistici o prove fattuali: di fronte all’animalità senza pensiero, il pensiero si trova disarmato (cit., U. Eco, Migrazioni e intolleranza).

In condizioni di particolare insicurezza/crisi (salari bassi, aumento dei prezzi, disoccupazione ecc.), la paura del diverso può sfociare in violenta ostilità nei confronti dell’altro.

Consideriamo quel che accade nel nostro bel Paese di santi e di poeti. Approdano sulle nostre coste barconi carichi di disperati in fuga da guerre, dittature o povertà. Sono diversi da noi: hanno carnagione scura, credono in un dio che non è il nostro, parlano una lingua che non comprendiamo, hanno cultura e tradizioni lontanissime da noi.  Molti di loro si limitano a transitare in Italia per poi dirigersi verso altre mete, altri, se sopravvivono agli stenti, rimangono da “noi”.

L’intollerante/il razzista guarda con timore a quest’esodo, ne immagina conseguenze devastanti per sé e per la Patria, è convinto che vada fermato. A sostegno della propria tesi, tira in ballo argomenti di ordine economico e/o demografico per lo più privi di fondamento: arrivano troppi migranti; il loro arrivo causerà un aumento della criminalità e nessuno sarà più sicuro; gli italiani faticano a trovar lavoro e “loro” porteranno via il poco che c’è. In assenza di argomenti, egli prende a fantasticare su complotti orditi da chissà chi con lo scopo della “sostituzione etnica” (l’idea secondo cui l'immigrazione è deliberatamente pianificata per soppiantare la civiltà occidentale, cancellandone l’identità etnica e culturale). Il malato d’intolleranza (o, peggio, di razzismo) rimane ostinatamente sulle proprie posizioni in qualunque caso: a nulla vale tentare di persuaderlo, dati alla mano, che non c’è alcuna invasione di migranti; che, anzi, la crescente domanda di manodopera straniera da parte delle imprese italiane imporrebbe di farne arrivare molti di più; che gli africani e/o gli asiatici non sono per natura ladri, stupratori o assassini (esattamente come gli italiani non sono tutti mafiosi e i brasiliani non hanno la danza nel sangue); e che nessuno sta complottando alcunché. Tutto inutile, perché l’intollerante e il razzista vanno dritti per la loro strada. Vanno avanti per la loro strada anche quando, salvo qualche lacrimuccia di commozione e qualche frase fatta, accadono tragedie come quella ricordata da Zagrebelsky:

Trovo che la tragedia avvenuta nello Ionio il 20 giugno 2024 sia stata esemplare nella sua paradossalità: era la Giornata mondiale del rifugiato, ma il naufragio non è stato oggetto di un’espressione di cordoglio delle istituzioni, un discorso ufficiale, niente. I naufraghi sono carne da numeri, sostanzialmente.

Gustavo Zagrebelsky, “Migranti, respingimento, accoglienza. Di chi è la Terra?” La Costituzione dei poveri, Castelvecchi ebook

 

Quello menzionato da Zagrebelsky è il naufragio avvenuto al largo della Calabria nel giugno del 2024: costò la vita a 34 migranti, tra i quali una decina di bambini. Solo qualche mese prima, nel febbraio del 2023, un’imbarcazione con a bordo 180 profughi provenienti per lo più da Afghanistan, Iran, Siria e Pakistan era naufragata a pochi chilometri da Cutro: il bilancio fu di 94 morti, 34 dei quali erano bambini. Molti italiani piansero quelle morti, non poterono rimanere indifferenti alla vista di quei cadaveri allineati sulla spiaggia: 94 esseri umani morti per aver voluto sperare. Dal canto suo, l’intollerante si limitò a qualche frase di circostanza per poi aggiungere, con espressione severa che, sia pur disperato, nessuno dovrebbe intraprendere viaggi che mettano in pericolo la propria vita e quella dei propri figli: elegante perifrasi per dire che “ciascuno dovrebbe rimanere a casa propria”.

 

G.Z. L’idea che noi siamo padroni in casa nostra è un’aberrazione. Come se il mondo e la Terra fossero soggetti alla nostra propensione a ritagliare piccole patrie: è importante domandarci: a chi appartiene la Terra? La risposta biblica è -correggimi se sbaglio, don Virginio- che la Terra appartiene a Dio, cioè a nessuno di noi in particolare.

V.C. Esatto.

G.Z. Ecco, quindi non è parcellizzabile. Bisogna avere la consapevolezza che ciascuno di noi è nato su una terra e giustamente ha creato relazioni, e si è legato, anche sentimentalmente, a quella terra. Ma quella terra non è sua, è un patrimonio universale.

Ibid

 

Il dialogo tra Zagrebelsky e don Virginio Colmegna (prete “di strada” che ha dedicato tutta la vita alla cura degli “ultimi”) fa luce su una verità disarmante nella sua semplicità: la Terra è di Dio, dunque è la casa di tutti e di nessuno in particolare. Le Frontiere certo esistono, ma servono a delimitare l’ambito politico di uno Stato, non a respingere chi non ci piace o non ci serve, non elemento di contrapposizione/divisione.

Dovremmo andare a vedere fisicamente le frontiere. Scopriremmo che non ci sono. Ci sono i nostri muri, i nostri fili spinati, ma il mondo è una continuità.

Ibid

 

Il mondo come “casa comune” è al centro dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco (2015): una casa che in Fratelli tutti (2020) accoglie fraternamente chiunque bussi alla porta.

Ogni essere umano ha diritto a vivere con dignità e a svilupparsi integralmente, e nessun Paese può negare tale diritto fondamentale. Ognuno lo possiede, anche se è poco efficiente, anche se è nato e cresciuto con delle limitazioni; infatti, ciò non sminuisce la sua immensa dignità come persona umana, che non si fonda sulle circostanze, ma sul valore del suo essere. Quando questo principio fondamentale non è salvaguardato non c’è futuro né per la fraternità, né per la sopravvivenza dell’umanità.

Papa Francesco, cap. III, Fratelli tutti, sito ufficiale della Santa Sede

 

Ogni essere umano, quali che siano la sua estrazione sociale, il colore della sua pelle o l’etnia di appartenenza, è portatore di una dignità inalienabile che nessun altro individuo e nessun Paese possono calpestare. La dignità umana non è cosa che si conquisti per merito, non dipende da ciò che si fa, da come si vive o dalle scelte che si compiono: essa è peculiarità ontologica, appartiene alla persona per il semplice fatto che esiste.

Ma c’è di più nella riflessione di Francesco:

I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare. Infatti, «non si tratta di calare dall’alto programmi assistenziali, ma di fare insieme un cammino attraverso queste quattro azioni, per costruire città e Paesi che, pur conservando le rispettive identità culturali e religiose, siano aperti alle differenze e sappiano valorizzarle nel segno della fratellanza umana…

L’arrivo di persone diverse, che provengono da un contesto vitale e culturale differente, si trasforma in un dono, perché «quelle dei migranti sono anche storie di incontro tra persone e tra culture: per le comunità e le società in cui arrivano sono una opportunità di arricchimento e di sviluppo umano integrale di tutti».[115] Perciò «chiedo in particolare ai giovani di non cadere nelle reti di coloro che vogliono metterli contro altri giovani che arrivano nei loro Paesi, descrivendoli come soggetti pericolosi e come se non avessero la stessa inalienabile dignità di ogni essere umano».[116]

Gli immigrati, se li si aiuta ad integrarsi, sono una benedizione, una ricchezza e un nuovo dono che invita una società a crescere [118]

Papa Francesco, cap. IV, Fratelli tutti

 

In fuga da guerre, oppressione, catastrofi naturali o povertà, i migranti non vanno respinti, vanno anzi accolti, protetti e integrati nel rispetto della loro dignità e del loro diritto ad una vita migliore. Proprio perché portatori di diversità, per il Paese in cui arrivano essi rappresentano non una minaccia, non un peso, ma un’opportunità di crescita e di arricchimento culturale, perché una società che si barrica in se stessa e rifiuta il confronto lentamente si spegne. Dunque, le altre culture, gli altri popoli -questo il monito di Francesco- non devono essere considerati nemici da cui difendersi, ma espressioni differenti della ricchezza inesauribile della vita umana.

La forza delle parole di Francesco è nel coraggioso rovesciamento di prospettiva per il quale il tema dell’immigrazione è affrontato non dal punto di vista di chi riceve, (che pure trae giovamento dall'incontro con l'altro), non dal suo interesse, ma partendo dal migrante, dalla sua dignità, dal suo diritto ad essere accolto quali che siano le motivazioni che lo hanno spinto a lasciare la propria terra (non solo perché "richiedente asilo").

È lo stesso rovesciamento di prospettiva leggibile all’art. n. 10 della Costituzione italiana:

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. 

 

Ora: che l’intollerante non desista dalle proprie posizioni, ignorando sia il richiamo all’evangelica carità che al (più laico) principio costituzionale di rispetto della dignità, è molto probabile; che quantomeno faccia un "bagno di realtà" è auspicabile. In un mondo tormentato dalle guerre, dalla fame, dagli effetti devastanti dei cambiamenti climatici, dall’oppressione di governi liberticidi, le migrazioni sono destinate a diventare condizione normale, esattamente come accadeva prima della nascita degli Stati-nazione: le popolazioni si muoveranno da un paese all’altro, inevitabilmente si mescoleranno tra loro e con i popoli autoctoni proprio com’è sempre stato ovunque e in Italia più che altrove. Che piaccia o no.

Un "bagno di realtà" anche per la politica: più risposte, meno propaganda.



Come essere “felici” secondo Schopenhauer


Può sorprendere che Schopenhauer, il pessimista irriducibile caro a Leopardi, abbia scritto sulla felicità. Eppure, negli ultimi anni della sua vita, egli prese a raccogliere appunti, riflessioni e massime di vita in vista della stesura di un trattato il cui titolo avrebbe dovuto essere Eudemonologia (dottrina della felicità). Il trattato rimase per così dire allo stato grezzo fino a quando, dopo la morte del filosofo, opportunamente riordinati/assemblati, quegli appunti sparsi confluirono nel volumetto L’arte di essere felici (ovvero Eudemonologia o eudemonica).

A chi verrebbe in mente di associare all’idea di felicità la filosofia di Schopenhauer, il pensatore che, ne Il mondo come volontà e rappresentazione (1819) coglie il dramma del vivere nella contraddizione tra il “voler” vivere e il non “voler” soffrire? Come può parlare di felicità proprio chi nella vita scorge solo dolore e tedio? A sciogliere ogni perplessità è lo stesso Schopenhauer che, nella massima n. 17 e poi nella penultima delle 50 massime che compongono il trattatello L’arte di essere felici, afferma:


Una delle maggiori chimere che assorbiamo…è quella secondo cui il valore empirico della vita risieda nei suoi piaceri, ossia che vi siano gioie e possedimenti che rendono positivamente felici. Si va quindi alla caccia del loro conseguimento, finché, troppo tardi, sopravviene il disinganno, quando cioè nella caccia alla felicità e al piacere, che non sono affatto realmente presenti, incontriamo invece ciò che lo è realmente. Il dolore, la sofferenza, la malattia, la preoccupazione e mille altre avversità. Se invece riconoscessimo precocemente che i beni positivi sono una chimera, mentre i dolori sono assai reali, mireremmo solo a evitarli da lontano, secondo l’aristotelico (…) “l’uomo saggio non persegue ciò che è piacevole, ma l’assenza di dolore (Aristotele, Etica Nicomachea, VII, 12, 1152 b 15-16)

A. Schopenhauer, Massima n. 17, L'arte di essere felici, Adelphi ebook

Come è noto, alla domanda se la vita umana corrisponda, o possa corrispondere, a questo concetto di esistenza (cioè dell’esistenza felice) la mia filosofia dà una risposta negativa

A. Schopenhauer, Massima n. 49, L'arte di essere felici, Adelphi ebook 

 

Proprio perché la vita non riserva che dolore, occorre imparare a non soccombere. Di qui la necessità di regole di comportamento e accorgimenti che permettano di giungere non già alla felicità assoluta, che è pura chimera, non al piacere, che è effimero, ma ad una condizione di minore sofferenza possibile, che è l’unica forma di “felicità” in cui si possa umanamente sperare. (La felicità non è che un sogno -scriveva Voltaire nella lettera al Marchese de Florian nel 1774- solo il dolore è reale).

Che la felicità risieda nell’assenza di dolore o quantomeno nella capacità di gestirlo, così da ridurne gli effetti devastanti, non è idea nuova: basti solo pensare a Seneca, che nel De tranquillitate animi esorta a rifuggire dalle passioni smodate, dal clamore della mondanità, in generale da ogni cosa e da qualunque situazione rischino di turbale la serenità dello spirito.

 

L’eudemonica schopenhaueriana si suddivide in due parti:

1.massime per il nostro comportamento verso noi stessi

2. massime per il nostro comportamento verso gli altri.

 Arthur Schopenhauer, Introduzione, L’arte di essere felici

 

Dunque, per essere “felici”, secondo Schopenhauer è necessario attenersi a precise regole di comportamento verso se stessi e verso gli altri. Eccone alcune.

 

Evitare l’invidia

Occorre evitare l’invidia, perché numquam felix eris, dum te torbequit felicior (non sarai mai felice fino a quando ti tormenterai perché un altro è più felice di te. Seneca, De ira, III, 30, 3). Ogni uomo dovrebbe conoscere se stesso, dovrebbe sapere ciò che vuole e ciò che può ottenere: è votato all’infelicità colui che, non conoscendo se stesso e le proprie debolezze/i propri limiti, insegua obiettivi che non è in grado di raggiungere.

Di contro, nel caso in cui un individuo fosse in grado di conquistare ciò che invidia ad altri, non è certo che ne ricavi felicità perché, come il pesce sta bene solo nell’acqua, l’uccello solo nell’aria, la talpa solo sotto terra (cit., massima n. 3) allo stesso modo ogni uomo si trova bene nella condizione più adatta a lui, al suo carattere, al suo sentire.

Sottrarsi al senso di frustrazione (o al rischio d’infelicità) che nasce dall’invidia è possibile solo se, evitando di guardare ai più fortunati, si considera la condizione di sofferenza di chi sta peggio. (massima 27).

 

Accettare l’ineluttabile

Per essere “felici” è necessario imparare ad accettare i mali che la vita ha in serbo.

Non c’è per noi consolazione efficace se non nella piena certezza della immutabile necessità. Un male che ci ha colpiti non ci tormenta tanto quanto il pensiero dei modi in cui lo si sarebbe potuto stornare; quindi nulla è più efficace per rasserenarci del considerare l’accaduto dal punto di vista della necessità (…) e noi per conseguenza riconosciamo il male sopraggiunto come ineluttabilmente prodotto dal conflitto delle circostanze interne ed esterne, ossi il fatalismo.

Massima n. 3, da L'arte di essere felici


Nulla riesce a rasserenare lo spirito quanto il considerare tutti gli accadimenti, il bene e il male, come manifestazioni di un destino ineluttabile. È facile osservare che, come gli elefanti catturati strepitano e lottano finché non vedono che ciò è inutile, e allora, improvvisamente ammansiti, offrono il collo al giogo, domati per sempre, allo stesso modo gli uomini si lamentano finché sperano di poter modificare gli eventi, ma quando comprendono che essi sono immutabili, smettono di dolersi e si rasserenano in una quieta accettazione (massima n. 4).

 

Vivere il presente

È senz’altro di ostacolo alla felicità vivere nell’attesa del futuro o nel rimpianto/nella nostalgia del passato: coloro che guardano alle cose che sopraggiungeranno come alle uniche che porteranno felicità e ugualmente quelli che vivono rimpiangendo ciò che è stato, lasciano scorrere il presente senza goderne.

Ma per lo più noi facciamo il contrario: progetti e preoccupazioni per il futuro o anche la nostalgia del passato ci tengono occupati in modo talmente continuo e duraturo che il presente perde quasi qualsiasi importanza e viene trascurato (…). Così ci inganniamo tutta la vita. 

 Massima 14, da L'arte di essere felici

 

Eccetera…

Fino alla massima n. 50, l’eudemonica di Schopenhauer è un susseguirsi di consigli e ammonimenti: occorre dominare la collera ed evitare l’odio; si deve guardare a ciò che si possiede con gli stessi occhi con cui lo si guarderebbe se di colpo venisse portato via; bisogna evitare l’inattività; è necessario prendersi cura della propria salute, perché quando questa è presente, tutto diventa più sopportabile; occorre riuscire a perdonarsi, perché le scelte/le decisioni umane determinano solo in parte il corso della vita, dipendendo esso in massima parte da circostanze esterne non modificabili;  al possesso di beni materiali occorre anteporre la cura dello spirito; è opportuno evitare di fare per la vita progetti di ampio respiro, perché la vita è imprevedibile…

(Che fatica!)

Morale: è possibile conquistare quel pizzico di felicità che consiste nel soffrire il meno possibile, soltanto se si è disposti a soffrire un po’.

Insomma, Schopenhauer riesce a rimanere graniticamente pessimista pur parlando di “felicità”.

Questa sì è coerenza!

 

 

 

L’arte di insultare. Schopenhauer


Che Schopenhauer sia stato tra i più grandi filosofi del XIX secolo è indubbio; che avesse carattere tutt’altro che mite è ugualmente vero.

Tra gli scritti di Schopenhauer, una gran quantità notazioni e frammenti compaiono raccolti in alcuni trattatelli pubblicati postumi da Adelphi: c’è L’arte di trattare le donne, una violenta invettiva contro le donne, secondo il filosofo tutte indistintamente stupide, inaffidabili, incoerenti, immorali; c’è L’arte di avere ragione, una sorta di vademecum per avere la meglio nelle dispute verbali; c'è L'arte di essere felici, che certo non ci si aspetterebbe da un maestro di pessimismo; c'è L'arte di invecchiare, massime di vita e consigli pratici su come vivere la vecchiaia; e infine c’è L’arte di insultare, in cui Schopenhauer ammette che, qualora le circostanze lo richiedessero, l’uso dell’ ingiuria può tornare utile.

L'arte di insultare colpisce per la radicalità delle opinioni sostenute, per una certa violenza dell’espressione, per il disprezzo sarcastico (e un tantino snob) nei confronti di cose/situazioni e di persone non gradite.

 

L’arte di insultare

Nella parte conclusiva de L’arte di avere ragione, Schopenhauer riconosce che in una disputa verbale solitamente ha ragione chi più efficacemente usa le parole; tuttavia, anche chi sia abilissimo sul piano dialettico, potrebbe trovarsi per qualche motivo in difficoltà (non ha più argomenti, è stanco e/o poco lucido ecc.) e rischiare così di essere battuto dall’avversario. Cosa fare in questi casi? Occorre ritirarsi in buon ordine e regalare all’altro la vittoria? In realtà, è possibile salvarsi in corner ricorrendo all’insulto: attaccare l’avversario colpendolo sul piano personale, essere oltraggiosi, offensivi, volgari è in alcuni casi l’unica via per spuntarla. Certo, in linea di principio insultare è cosa disdicevole e pericolosa: chi insulta, svela la propria inferiorità, vale a dire l’incapacità a far valere le proprie ragioni; inoltre, rischia di innescare una pericolosissima escalation di violenza verbale, perché si sa, le offese sono un po’ come le ciliegie: una tira l’altra. Eppure, è possibile leggere un certo compiacimento nella precisione chirurgica con cui Schopenhauer descrive le diverse tipologie d’insulto, sia pure -apparentemente- con lo scopo di condannarle tutte: l’abilità con la quale il filosofo del mondo come volontà e rappresentazione maneggia l’arte di insulare, induce a sospettare che egli indulgesse all’improperio spesso e forse volentieri.

Vi sono certi individui sul cui viso è impressa una tale ingenua volgarità e una tale bassezza nel modo di pensare, nonché una tale limitatezza bestiale dell’intelletto, che ci stupisce come mai siffatti individui abbaino il coraggio di uscire con un simile viso e non preferiscano portare una maschera

A.    Schopenhauer, L’arte di insultare, Brutti e stupidi, Adelphi

A subire ingiuria sono qui genericamente gli individui che Schopenhauer riconosce essere stupidi solo dalle sembianze del volto: la faccia di taluni individui a tal punto porta impressi i segni rivelatori della volgarità, della bassezza morale, della ristrettezza di idee che ci si chiede come essi possano esibirla al mondo senza vergognarsene.

Liquidati gli individui brutti e stupidi, Schopenhauer se la prende con i professori, con gli eruditi, con i cocchieri, i carrettieri e i facchini (oziosi che se ne stanno agli angoli della strada e possono essere considerati gli animali da soma della società), con i demagoghi, con gli attori, con i monaci, con i nazionalisti, con i preti, con gli Ebrei, con i Francesi, con gli Inglesi, con certi filosofi (in particolare Leibniz, Kant, Hegel) e con altri ancora: non esattamente in quest’ordine, ma la sostanza non cambia.

 

I professori, gli eruditi 

I professori sanno poco di ciò che insegnano. Nulla è più falso di quel che dice il proverbio “docendo disco” (insegnando imparo); anzi, è vero il contrario: semper docendo, nihil disco (insegnando sempre, non imparo nulla). In effetti, spiega Schopenhauer, il professore non sa perché, trascorrendo gran parte del proprio tempo in cattedra, non gliene rimane per lo studio.  Di contro, chi sa, non insegna, perché dedica allo studio ogni minuto del proprio tempo.

Gli eruditi costituiscono una categoria persino peggiore di quella dei cattedratici. Come chi, indossando la parrucca -abbondante massa di capelli altrui- orna il capo in mancanza di capelli propri, allo stesso modo l’erudito adorna la mente di pensieri di altri non avendone di propri (come non essere d’accordo?).

 

Cocchieri, carrettieri e facchini

Martellate, abbaiare di cani e strilli di bambini sono orribili; ma l’unico vero e proprio assassino dei pensieri è lo schioccare con la frusta. Sembra fatto apposta per distruggere ogni momento di raccoglimento che a uno sia dato talvolta di avere. Questo maledetto schioccare con la frusta non soltanto non è necessario, ma è persino inutile. Il desiderato effetto psichico sui cavalli, a causa dell’abitudine generata dall’abuso di tale faccenda, si attutisce e finisce con il per mancare completamente il suo scopo; i cavalli non affrettano il passo per lo schioccare della frusta. Che un villano…il quale…montando un cavallo…fa schioccare senza tregua e con tutte le sue forze una frusta lunghissima, non meriti di essere obbligato a scendere…per ricevere cinque bastonate…, non mi convinceranno tutti i filantropi del mondo.

 Schopenhauer, L’arte di insultare, Adelphi ebook

Cocchieri, carrettieri e facchini in linea di principio andrebbero trattati con benevolenza, giustizia e clemenza, se non fosse per l’odioso rumore provocato dalle loro attività. Tra tutti, i carrettieri sono i più fastidiosi per quel continuo schioccare di frusta che paralizza il cervello e ammazza i pensieri. Lo schioccare di frusta non solo è pratica inutile perché il cavallo abituato alle frustate non accelera il passo come si vorrebbe, ma è anche e soprattutto un’insopportabile insolenza nei confronti di chi lavora con la testa da parte dei lavoratori manuali, che per questo andrebbero puniti essi stessi a colpi di frusta.

 

I demagoghi, gli attori, i monaci, i nazionalisti

Se un dio ha fatto questo mondo, non vorrei essere quel dio: la miseria del mondo mi spezzerebbe il cuore

 

Con quel tanto di pessimismo che lo contraddistingue, Schopenhauer esclude che si possa essere felici: il mondo è male e la vita è dolore. A complicare le cose, c’è la pochezza di certa gentaglia di cui, quella descritta sin qui, è solo una piccola parte.

Prendiamo demagoghi, attori, monaci e nazionalisti: li accomunano ipocrisia e  malafede. I primi si ostinano a credere che il mondo, istituito in modo affatto eccellente, sia la vera sede della felicità e che, se le cose non vanno come dovrebbero, la colpa è unicamente dei governi. Gli attori vivono di finzione al punto tale da non riuscire a discernere tra fantasia e realtà, tant’è che la follia proprio tra gli attori si manifesta con maggior frequenza. Quanto ai monaci, sono pochi quelli autentici, poiché nella stragrande maggioranza dei casi, il saio è una pura e semplice maschera sotto la quale è possibile trovare un vero monaco come è possibile trovarlo a una mascherata. I nazionalisti sono dei miserabili babbei che, non avendo nulla di cui poter essere orgogliosi, s’appigliano all’ultima risorsa per esserlo, vale a dire alla Nazione cui appartengono.

 

I preti

L’umana condizione è davvero miserevole: si vive per un breve lasso di tempo pieno di fatica, di dolore e miseria; dal canto loro, preti di tutte le razze, agitando lo spauracchio della punizione eterna, contribuiscono a rendere la vita ancor più angosciosa.

 

Gli Ebrei

Sugli Ebrei, Schopenhauer scrive quanto segue:

Non dobbiamo dimenticare gli Ebrei, popolo eletto da Dio, che in Egitto dopo aver rubato, per ordine speciale di Dio, ai loro vecchi amici fiduciosi i recipienti d’oro e d’argento loro prestati, intrapresero, con a capo l’assassino Mosè, una campagna di massacri e rapine nella terra promessa al fine di strapparla ai legittimi proprietari, con l’ordine espresso e sempre ripetuto da Yahweh di non conoscere alcuna pietà e, ricorrendo ai massacri più spietati e alla distruzione di tutti gli abitanti, compresi donne e bambini (Giosuè, 10 e 11).

Schopenhauer, L’arte di insultare, Adelphi ebook 


Ogni commento è superfluo

 

I francesi

Quanto ai francesi, Schopenhauer esordisce così:

Le altre parti del mondo hanno le scimmie; l’Europa ha i francesi. La cosa si compensa.

Non pago di aver collocato i francesi tra i subumani, il filosofo prosegue sbeffeggiando la loro lingua: la lingua francese, miserrimo gergo romanzo le cui peculiarità sono il disgustoso suono nasale “en”, “on”, “un” e il singhiozzante/ripugnante accento sull’ultima sillaba, è ingiustamente considerata dagli stessi francesi langue classique accanto al greco e al latino. L’Europa tutta dovrebbe ricoprire di biasimo questo popolo fanfarone.

 

Gli inglesi

Forse che gli inglesi meritano trattamento migliore? Certo che no, anche loro hanno di che farsi perdonare. A renderli insopportabili è la loro stupida superstizione clericale

Gli inglesi devono ciò unicamente al fatto che nel loro paese l’educazione dei giovani è nelle mani del clero, che s’incarica d’inoculare loro, negli anni più teneri, tutti gli articoli di fede, di modo che si giunge ad una specie di parziale paralisi del cervello, che per tutta la vita si manifesta in quella bigotteria idiota a causa della quale perfino individui d’altronde assai intelligenti e arguti si degradano e non sappiamo più cosa pensarne.

Insomma gli inglesi, che pure la Natura ha dotato di intelligenza, di capacità di giudizio e forza di carattere, sono rimbecilliti dall’educazione clericale impartita loro fin dalla prima infanzia.

 

Leibniz, Kant, Hegel

Nessuno sano di mente penserebbe con Leibniz che il mondo reale sia il migliore dei mondi possibili! Alle argomentazioni sofistiche di Leibniz che questo sarebbe il miglior dei mondi possibili, chiunque può facilmente contrapporre la prova che, per i mali che l’affliggono, esso è il peggiore dei mondi possibili

Di Kant, Schopenhauer irride in particolare l’imperativo categorico della “ragion pratica” (legge morale), il comodo guanciale su cui amano rotolarsi gli imbecilli. Kant istituisce nella nostra anima un tribunale completo di processo, giudice, pubblica accusa, avvocato difensore e sentenza. Ma se tutto avvenisse dentro di noi proprio come Kant immagina, dovremmo stupirci che possa esistere un uomo non già cattivo, ma stupido al punto tale da agire contro coscienza. In realtà noi constatiamo che l’efficacia della coscienza è così debole che tutti i popoli hanno sentito il bisogno di metterle accanto una religione positiva come aiuto o, addirittura, di sostituirla con questa. (cit.).

Infine Hegel, il non plus ultra degli impostori, uno sciupatore di carta, di tempo e di cervelli (sempre secondo Schopenhauer!).

In Germania si è potuto strombazzare un repellente e insulso ciarlatano e scombiccheratore di assurdità senza pari, Hegel, come il più grande filosofo di tutti i tempi… Se una combriccola di giornalisti congiurati per magnificare il male, se professori stipendiati della hegelianeria e meschini liberi docenti che vorrebbero diventare anch’essi professori dichiarano ai quattro venti -e lo fanno con un’impudenza infaticabile che non ha precedenti- che quel cervello comune, ma non comune ciarlatano, è il più grande filosofo che il mondo abbia mai avuto, nessuno può prendere in seria considerazione una cosa simile…

Ibid 


La filosofia di Hegel, filosofastro della peggior specie, repellente imbroglione, è, secondo Schopenhauer, la più miserabile di tutte le pseudofilosofie di sempre. Cos’è l’hegeliana filosofia dell’Assoluto se non fumo negli occhi, infima ciarlataneria?

Povero Schopenhauer. C’è da immaginare che, tra un’invettiva e l’altra, tra mille delusioni e opprimenti angosce, riuscisse a trovare conforto almeno negli amici … e invece pare di no:


Gli amici si dicono sinceri, ma in realtà sinceri sono solo i nemici!

 

 

 

Menzogne e politica. Jonathan Swift, altri


Nel mondo del “dover essere”, la politica è la più nobile delle attività: attraverso leggi giuste e scelte ragionevoli, essa lavora per il benessere della collettività.

Sul “dover essere” della politica, la filosofia antica si è espressa attraverso l’opera di alcuni dei più grandi pensatori di sempre.

Nei capitoli VI e VII della Repubblica, Platone afferma che il fine della politica è di assicurare giustizia e felicità; tuttavia, perché raggiunga lo scopo, lo Stato deve essere governato dai filosofi: ragionevoli, equilibrati, mai avidi né inclini a certe bassezze del potere, guidati da vero amore per gli altri, solo i filosofi assicurano il buon governo, rappresentando altresì modelli di virtù cui la collettività può ispirarsi.

Benché contrario alla repubblica e favorevole alla monarchia come miglior forma di governo, Aristotele condivide con Platone l’idea che la politica persegua il bene comune. Al libro VIII dell’Etica Nicomachea, nel definire l’amicizia un sentimento di profondo affetto che lega due o più anime affini, Aristotele afferma che essa è uno dei beni più preziosi, al punto che nelle sciagure o nella povertà, gli uomini cercano rifugio presso gli amici. Il sovrano è sempre amico dei suoi sudditi.


È manifesto che in ciascun tipo di costituzione c’è amicizia nella misura in cui c’è anche giustizia. L’amicizia tra un re ed i suoi sudditi sta nel fatto che il re fa loro più benefici di quanti non ne riceva: egli, infatti, fa del bene ai sudditi, se, essendo buono, si prende cura di loro, per farli star bene, come un pastore si prende cura delle sue pecore; perciò anche Omero chiamò Agamennone "pastore di popoli". 

Aristotele, Etica Nicomachea (Libro VIII, cap 11)


Il buon sovrano ha con i suoi sudditi lo stesso legame che unisce gli amici, ha per loro la stessa cura che il pastore riserva al gregge, lo stesso amore che un genitore nutre per il figlio, la cui felicità egli antepone a se stesso.

Lo storico greco Plutarco (Cheronea 46; Delfi 125) dedica alla politica e al buon governo una parte cospicua del trattato Moralia. Alcuni testi di Moralia confluiscono nell’opuscoletto L’arte della politica (Giulio Einaudi, 2018). L’opera è una sorta di vademecum pensato per il sovrano (tra le tre principali forme di governo, democrazia, oligarchia e monarchia, Plutarco predilige il governo monarchico poiché il più vicino alla perfezione) che volesse sapere quali errori evitare e quali comportamenti tenere nel governo di una città.

In primo luogo egli deve circondarsi di filosofi, gli “amici della virtù” in grado di guidarlo/consigliarlo, mentre deve rifuggire dalla compagnia degli adulatori, dei buffoni, degli ignoranti, dei bugiardi che non hanno a cuore la virtù ma l’interesse personale.

La filosofia non insegna, direbbe Pindaro «come uno scultore incide statue ritte sul loro piedistallo»; mira a rendere tutto ciò che tocca attivo, operoso e vitale, e instilla impulsi ad agire e preferenza per azioni onorevoli, assennate ed elevate
(Plutarco, L’arte della politica, Il filosofo deve discorrere soprattutto con i politici, G. Einaudi)

Il politico perfetto è quello che dalla filosofia è plasmato secondo i principi di giustizia, saggezza, risolutezza; con il pensiero sempre rivolto al bene pubblico, il buon governante attrae a sé le masse, che infatti riconoscono negli altri la lusinga dell’inganno.

Perché riesca a conservare il favore delle masse, il re non deve mai cedere alla tentazione di accentrare su di sé un potere illimitato (ne ricaverebbe solo odio e invidia) e deve poter contare sull’aiuto di fidati e saggi collaboratori/magistrati. Il suo scopo è il benessere dei sudditi, dunque egli deve fare tutto ciò che è in suo potere per prevenire o placare le discordie, per impedire o (quando vi fossero) per sanare le disuguaglianze perché dalla ricchezza eccessiva di pochi e dalla violenza di alcuni, mentre gli altri sono nullatenenti e il popolo è miserabile, scaturisce la tirannide (cit. L’arte della politica, Introduzione, G. Einaudi)

Il buon sovrano e i suoi funzionari preservano sempre la propria dignità, non si lasciano corrompere, non accettano incarichi servili e umilianti per brama di potere e/o di ricchezze e, se sono anziani, non esitano a ritirarsi a vita privata perché non è un’onta per un ultrasessantenne tendere il polso al medico, ma lo è piuttosto tendere la mano al popolo chiedendo un voto o un’elezione per acclamazione. (cit. L’arte della politica, Se un anziano deve impegnarsi in politica).

Il vero statista ha a cuore la sicurezza dei cittadini, non provoca burrasche ma le impedisce, combatte il nemico o l’avversario lealmente, rifugge dalla volgarità di accusare chi non ha colpe, non scappa per codardia né sonnecchia per pigrizia; al contrario lavora incessantemente, è pronto ad assumersi le proprie responsabilità e persino ad addossarsi colpe non sue.

Ora, se dal mondo del dover essere ci si porta in quello molto meno esaltante della "realtà effettuale", le cose cambiano in maniera significativa. Nel mondo vero –e non in quello utopico della speranza– le cose vanno come le descrive Jonathan Swift (l’autore de I viaggi di Gulliver) nel saggio pubblicato da Alphaville edizioni digitali con il titolo L’arte della menzogna politica. Nel saggio compaiono due scritti: il primo è l’articolo The art of political lying, già pubblicato nel 1710 sulle pagine del giornale The Examiner; l’altro testo s’intitola Proposals for printing a very curious discourses, intitled Pseudologia politikè e fu dato alle stampe nel 1712.

La politica è l’ambito in cui la menzogna regna sovrana, questa la tesi di Swift.

Quando e dove nacque la menzogna e come poi venne adattata alla politica, non è dato sapere. Tuttavia, si sa con certezza che essa mostrò fin da subito le fattezze di un mostro: un mostro con il pungiglione nel caso di infante in buona salute, privo di pungiglione se malato o nato morto.

Che la menzogna fosse destinata a grandi imprese, lo si capì immediatamente, in effetti, essa può fare tutto: può conquistare regni senza combattere; può trasformare un granello di sabbia in una montagna o una montagna in un granello di sabbia; di un ateo può fare un santo; di un nero può fare un bianco; di un amico un nemico, ogni cosa può trasformare nel suo opposto.

Si può definire la menzogna politica come l’arte di convincere il popolo a proposito delle salutari falsità per qualche buon fine (cit. L’arte della menzogna politica, Proposte per la pubblicazione di un discorso molto insolito, Alphaville ebook).

A ben osservare, sembra che gli uomini abbiano diritto solo ad una certa quota di verità, una quota che varia in base all’età, alla dignità, alla professione. In forza di questo diritto a certe verità, gli individui giustamente reclamano la verità nell’ambito ristretto della famiglia, della cerchia di amici o del quartiere: è forse tollerabile che un figlio menta? Chi di noi non sentirebbe di essere stato tradito dall’amico che gli ha raccontato frottole? Di contro, non c’è nessuno che sembri aver diritto alla verità nelle questioni di governo. In politica si mente di continuo: si raccontano menzogne per intraprendere o per proseguire guerre che altrimenti nessuno vorrebbe combattere; per vendere o comprare azioni ricavandone il maggior profitto possibile; per stabilire ciò che è Bene e ciò che non lo è; per avidità, per vanità o per vendetta.

Un bugiardo politico differisce da tutti gli altri della corporazione: e gli deve avere una memoria corta, cosa che è indispensabile  a seconda delle varie occasioni in cui s'imbatte in ogni momento, per non ricordare di essersi contraddetto e avere giurato su entrambi i corni di una contrapposizione, in relazione alla disposizione d'animo delle persone con le quali ha avuto a che fare (...) Il suo genio superiore consiste solo nel suo inesauribile patrimonio di menzogne politiche (...) Egli non ha mai riflettuto sul fatto che un'affermazione qualsiasi fosse vera o falsa, ma solo se era conveniente in quel momento e con quelle persone affermarla o negarla...

Jonathan Swift,  L'arte della menzogna politica

Camaleontico nel suo opportunismo, il politico afferma e poi nega ciò che un attimo prima ha sostenuto: egli può collocarsi con la stessa disinvoltura su entrambi i poli di una contrapposizione, può affermare una tesi e al contempo la tesi opposta, sempre sacrificando la verità alla convenienza del momento.

L’ironia di Swift fa sorridere, benché l’argomento sia serissimo. Dov’è finita la politica che nell’Atene democratica del V sec a. C. era esercizio attivo di cittadinanza, confronto aperto, sia pur aspro, tra partiti e idee differenti? Qualcuno ha notizie del senso della misura, del garbo, del decoro, della sobrietà nel dire e nell’essere? Il dibattito politico è ridotto a una rissa senza esclusione di colpi in cui la vittoria è di chi spara la bugia più volgare o fantasiosa, non la più intelligente. La politica mente su tutto, manipola la realtà fino a trasfigurarla: racconta che tutto va a gonfie vele anche quando non si muove foglia; che la povertà è sconfitta o manca poco al traguardo (nel frattempo, le mense della Caritas registrano il tutto esaurito); che si stanno facendo grandi cose e grandi investimenti per il futuro dei giovani;  che disoccupazione e/o sottoccupazione sono un'invenzione dei disfattisti "nemici della nazione"...

Come in una crisi di sovrapproduzione, quando la quantità di prodotti smerciata supera il fabbisogno reale, il mercato delle menzogne è ormai saturo: ma se l’offerta aumenta, la domanda diminuisce, così che a fronte di un numero esorbitante di frottole in circolazione, anche il più ingenuo dei creduloni smette di abboccare. Come risponde il politico alla richiesta di verità che giunge dal basso? Dice finalmente la verità, non foss'altro per non perdere consensi? Neanche per sogno! Sicuro di sé quanto dell'imbecillità altrui, egli racconta un’altra menzogna nel tentativo di correggere la prima. Ma la “pseudologia” è un’arte, occorre saperla maneggiare o si rischia di esserne travolti.

Era il 30 Aprile 1973 e negli USA era da poco esploso il caso Watergate (lo scandalo che aveva visto la Casa Bianca al centro di una serie di attività illecite di controllo e spionaggio). Quel giorno il Presidente Richard Nixon tenne un discorso in diretta televisiva che fu un vero capolavoro di retorica.

Tutto il discorso di Nixon era centrato sulla confessione di un uomo, lui, colpito da una grande sventura e tuttavia capace di risorgere per il bene comune. Infatti, nel suo discorso è un presidente che deve garantire la continuità di una american way of life a tutti gli americani, che confidano in lui. Quel Presidente ha indubbiamente commesso un’imprudenza: egli doveva stare attento a non scegliersi collaboratori sconsiderati (che hanno fatto male credendo di far bene), ma era troppo occupato a garantire il trionfo della causa americana nelle sue trattative internazionali (Cina e Vietnam) …

Umberto Eco, Morfologia della bugia, da Quale verità

Nixon tentò di riconquistare il consenso, raccontando una sua "controstoria": disse che era pronto ad assumersi la responsabilità di aver riposto la propria fiducia negli uomini sbagliati e che quella era la sua unica colpa; promise che si sarebbe liberato di loro e non avrebbe esitato a cacciare nemmeno i suoi migliori amici; assicurò che giustizia sarebbe stata fatta; ringraziò la stampa per il suo coraggioso lavoro d’inchiesta. Un discorso perfetto per una storia avvincente e ben congegnata. Tuttavia, ogni muscolo del suo volto tradiva imbarazzo, paura, tensione; una storia così bella era detta da un uomo spaventato (cit., U. Eco, Quale verità?)... da un uomo che stava mentendo.

Gli americani capirono che quel Cappuccetto Rosso era in realtà Ezechiele Lupo con la coda in fiamme e non gli credettero. 

Quello fu per Nixon l'inizio della fine...