Che il romanzo manzoniano I promessi sposi sia opera grandiosa è
fuori discussione.
Nessun altro meglio di Manzoni ha saputo raccontare l’Italia del XVII
secolo, un Paese schiacciato dalla dominazione straniera, oppresso da una
classe dirigente ignorante e prevaricatrice; un mondo in cui alla ricchezza di
pochi privilegiati fa da contraltare la miseria degli ultimi, calpestati
e oppressi ma cristianamente inclini a sopportare nell’attesa di un
Premio superiore.
Nessuno, meglio di Manzoni, ha saputo scandagliare l’animo umano, quel
guazzabuglio di Bene e di Male, di ragione e di istinto in virtù del quale
l’uomo conosce la santità che antepone l’altro a se stesso o sprofonda
nell’empietà che umilia e offende.
L’opera è altresì un capolavoro di stile.
Realisticamente coerente con il contesto storico dell’epoca, con le
situazioni narrative, con l’estrazione socio–culturale dei personaggi, lo stile
de I promessi sposi si fa all’occorrenza solenne ed elegante oppure popolare,
colloquiale, ironico, sarcastico, scanzonato…una straordinaria ricchezza di
toni, di registri e forme linguistiche che Manzoni maneggia con maestria.
Che dire, infine, della modernità dell’opera? Pubblicato nella sua
terza e ultima edizione nel 1842 (dopo opportuno risciacquo in Arno
della lingua utilizzata nelle prime due edizioni), il romanzo sembra scritto
ieri per l’attualità dei temi affrontati: l’orrore della guerra, l’umiliazione
dell’emarginazione, l’arroganza del potere, il dolore della perdita; e poi
ancora l’ingiustizia, la povertà, la malattia, la morte, i mali che da sempre
affliggono l’umanità e che tuttavia Manzoni giustifica come parte dell’imperscrutabile
disegno divino.
Leggere I promessi sposi a scuola
Le nuove Indicazioni Nazionali del Ministero dell’Istruzione e del Merito
per il 2026 hanno riacceso il dibattito, che negli ultimi anni sembrava
sopito, intorno all’annoso (e falso) problema di quale e quanto spazio vada
riservato alla lettura de I Promessi sposi nelle scuole.
Attualmente, la lettura de I Promessi sposi non è più obbligatoria come
fino a qualche lustro fa, quando i 38 capitoli dell’opera venivano spalmati
sui primi due anni di scuola superiore. Chi scrive ha insegnato per quasi 40
anni e ha memoria vivissima delle ore di lezione su Manzoni e I Promessi
sposi: ore in cui in cui il tempo sembrava dilatarsi, la classe (quasi
tutta) sonnecchiava, salvo destarsi (e mostrare persino di divertirsi) in
alcuni momenti clou della storia o trasecolare per un qualche buffo
arcaismo, per una parola ricercata e coltissima e perciò oscura …
«Prof, cosa significa mallevadore?»
«Mallevadore significa garante» …e via con una
decina di esempi così da rendere (più o meno) chiaro il concetto.
«Ah, ok. Scusi, ma Manzoni non poteva dire garante invece di mallev…Quanto
se la tirava!»
Ora, le indicazioni del Ministero suggeriscono (prescrivono?) di
rinviare la lettura del romanzo al quarto anno, ritenendo il
testo troppo complesso perché possa essere compreso e apprezzato da studenti
adolescenti.
La proposta ministeriale ha suscitato un vespaio di
polemiche: da una parte la levata di scudi dei manzoniani irriducibili, quelli
secondo i quali l’opera, per il suo valore educativo, va letta (e magari
integralmente) proprio al biennio perché l’adolescente, materia tutta da
plasmare, mente da formare, da nessun altro testo come dall’opera manzoniana
ricava insegnamenti sul bene e sul male, su ciò che è giusto e ciò che non lo
è, sul valore della solidarietà, del perdono, dell’onestà, del lavoro, della
fede, della dignità che non si piega all’arroganza. Dall’altra c’è chi,
accogliendo la proposta ministeriale, sostiene che la complessità dell’opera è
tale da esigere lettori in possesso di adeguati strumenti linguistici e
concettuali.
In realtà, tra le due posizioni ce n’è una terza, quella del buon senso
che spesso nella vita è tra due opposti estremismi.
Nulla impedisce la lettura de I promessi sposi al biennio, a
patto che non s’imponga l’obbligo della lettura integrale (impegno gravosissimo
per un quattordicenne) e dunque il docente, rilevati i bisogni e (perché no?)
le attitudini/i gusti dei suoi giovani studenti, possa scegliere tra i 38
capitoli quelli che ritiene concorrano al raggiungimento degli obiettivi
prefissati. Se, ad esempio, la classe sta lavorando sul testo descrittivo, il
IX capitolo del romanzo (è il capitolo in cui Manzoni presenta e descrive
Gertrude, “la monaca di Monza”) è un ottimo esempio di descrizione
soggettivo–persuasiva, oltre che interessante spunto di riflessione sul tema
del rapporto tra genitori e figli. Per contro, nessuna lesa maestà se e quando
il docente decidesse di sorvolare su parti/capitoli che sa non incontrare il
gusto dei ragazzi perché particolarmente complessi o narrativamente troppo lenti.
Gli adolescenti cresciuti a pane (merendine) e Instagram sono abituati ad una
comunicazione rapida, a contenuti brevi e semplici che richiedono uno sforzo
attentivo minimo. Che questo sia un problema, non c’è dubbio: i ragazzi vanno
allenati alla riflessione, alla fatica ma anche al piacere dell’approfondimento
e Manzoni può servire allo scopo; purché non li si sottoponga all’ inutile
tortura di quei due o tre capitoli dell’opera che tramortirebbero chiunque o
per l’estenuante lentezza della narrazione o perché infarciti di elenchi o,
ancora, perché appesantiti da riflessioni teologico–filosofiche che un
quattordicenne non è in grado di comprendere, né (giustamente) intenda
provarci.
Insomma, I Promessi sposi al biennio sì, ma a certe condizioni.
D'altro canto, il mondo continuerebbe a girare anche nel caso in cui al
biennio la scelta del Docente ricadesse su altre opere e altri Autori (Manzoni non se ne
avrebbe a male) e il romanzo manzoniano dovesse accontentarsi dello
spazio che legittimamente gli spetta nella letteratura ottocentesca oggetto di
studio al quanto anno. Insomma, lasciare l'insegnante libero di programmare la propria attività didattica, fatte salve le indicazioni ministeriali su obiettivi e competenze da perseguire, sembra la soluzione più ragionevole.
Dunque, con tutto il rispetto per il ministro Valditara: davvero crede
che la “questione Promessi sposi” sia cruciale?
La sensazione è che la scuola sia afflitta da ben altre sciagure…