Ci sono situazioni, ci sono fatti, ci sono
comportamenti ai quali occorre reagire manifestando moralistico sdegno. È la tesi di Stefano Rodotà (1933-2017) nel
saggio significativamente intitolato Elogio del moralismo.
“Moralismo”, dicono i dizionari, è la tendenza ad attribuire prevalente o esclusiva importanza ad astratte considerazioni d’ordine morale. “Moralista”, dunque, è chi “tende a ricondurre i propri giudizi ad una rigorosa e talvolta eccessiva dipendenza da un ordine di principi morali”. Con un sottinteso reso sempre più esplicito: ben può il moralista coltivare in segreto i vizi che pubblicamente condanna, coprire con una intransigenza di facciata imbrogli, trame, intrighi. Il moralista assume così, irresistibilmente, il volto dell’Alberto Sordi degli anni Cinquanta.
Stefano Rodotà, Elogio del moralismo, cap.
Moralismo: perché?
Nella sua più comune accezione, moralismo
è il comportamento ipocrita di chi predica bene e razzola male, di chi
addita i vizi altrui, salvo in privato praticarne di peggiori; è la rivolta delle anime belle, la
protesta a buon mercato e fine a se stessa
che osserva, giudica, sbraita ma nulla fa per modificare il reale.
L’elogio di Rodotà è per altro moralismo, il moralismo per così dire “puro” che, nutrendosi di sincero senso etico, non finge, non teme di esporsi, ha ripulsa per ogni forma di illegalità e/o di immoralità, non si limita a gridare allo scandalo ma, rifiutando la passività acquiescente che hegelianamente identifica il reale con il razionale, denuncia e avanza proposte di vita.
Da alcuni anni, assistiamo al consolidarsi pubblico
di situazioni di illegalità e immoralità.
Oggi la presenza della corruzione è in ogni dove, negli appalti e negli ospedali, nei ministeri e nei comuni, è esibita e giustificata, e lo scandalo non si vuole ritrovare in questo, ma in chi, moralisticamente e testardamente, descrive e denuncia la drammaticità di una condizione civile.
Stefano Rodotà, Elogio del moralismo, Piccola premessa personale
In questo rovesciamento delle parti -il corrotto la fa franca, il moralista è ingiuriato- è possibile cogliere l'aspetto più significativo (non l'unico) della crisi della politica, sempre più slegata da legge e moralità, sempre più spesso asservita all’interesse personale e per questo in grave contraddizione con i principi stessi della democrazia.
Il degrado della politica è spettacolo quotidiano.
Il giorno 15 agosto di questo 2025 ricco di eventi per
molti aspetti destinati a passare alla Storia, si è consumata in mondovisione
la scena, tra il ridicolo e il rivoltante, dell’incontro tra gli autocrati più
potenti del globo, il presidente degli USA D. Trump e il presidente della
Federazione russa V. Putin, convenuti ad Anchorage in Alaska per discutere di
come -e quando- porre fine al conflitto tra Russia e Ucraina.
Scenograficamente impressionante, non foss’altro per i chilometri di tappeto rosso srotolati ai piedi dei due capi di stato e per lo scambio stucchevole di complimenti, di sorrisi, di ammiccamenti, di sguardi quasi languidi che, flirtando come innamorati al primo appuntamento, i due hanno voluto esibire agli occhi del mondo come plastica dimostrazione di una rinnovata amicizia tra USA e Russia, il vertice -a quel che se ne sa- è stato poco più di uno show. Insomma, a parte roboanti dichiarazioni e promesse, sotto il vestito niente, oltre la forma non un briciolo di sostanza. In effetti, quali siano stati i contenuti del confronto e a quali conclusioni esso sia approdato non è dato sapere, tuttavia non è difficile immaginare che l’Ucraina otterrà la pace giusta e duratura (o la meno ingiusta possibile?) che tutti auspichiamo ma a patto di rinunce -e non solo territoriali-; dal canto suo Putin avrà più o meno ciò che ha desiderato fin dall’inizio e Trump, un condannato per 34 reati d’ordine penale, si rafforzerà -oltre che nell’ego- nella convinzione di meritare il Nobel per la pace.
Mentre l’UE farfuglia di fatto genuflettendosi
a Trump e i Volenterosi (Starmer, Macron, Merz e all’occorrenza Meloni) cianciano, il Presidente ucraino
Volodymyr Zelens'kyj, opportunamente in ghingheri, dunque dismettendo la tuta
mimetica, il giorno 18.08.25 è volato ad omaggiare il buon Trump, a ringraziarlo
per essersi impegnato a favore della pace -di là da venire, probabilmente molto
di là da venire- e a chiedere ulteriori rassicurazioni.
Se da una parte Trump e Putin (quest'ultimo, si sa, nulla ha da invidiare a Trump in fatto di condanne), ciascuno dando il meglio di sé quanto a cinismo, decidono sul destino del popolo ucraino, nella Striscia di Gaza si consuma la più grande tragedia degli ultimi 80 anni, il massacro -intenzionale e sistematico- del popolo Palestinese che l’esercito israeliano va perpetrando a seguito del pogrom del 7 ottobre 2023, quando gli uomini di Hamas trucidarono 1200 israeliani: ad un atto di terrorismo vile e ferocissimo, la risposta della ferocia indicibile con la quale l’esercito di Netanyahu ha assassinato ad oggi oltre 60000 palestinesi, per lo più civili e in gran parte bambini, donne e anziani.
Cosa ne sarà di Gaza e quale sarà la sorte dei Palestinesi quando e se i pochi sforzi diplomatici andassero a buon fine e il conflitto dovesse finire? I gazawi (quelli superstiti) saranno invitati (come di fatto sta già accadendo) a lasciare il loro territorio e a spostarsi volontariamente altrove? E dove? Li si ospiterà in Marocco e in Somaliland, uno dei Paesi più poveri al mondo? Gaza city verrà ricostruita, trasformandosi, come da video confezionato per Trump dall’AI, nell’Eldorado dove i potenti del mondo gozzovigliano trascorrendo giorni lieti, lo champagne scorre a fiumi, le donne si esibiscono nella danza del ventre e tutti sono felici?
Osceno.
Ce n’è quanto basta -e anche di più- perché
Stati, popoli e individui si scrollino dal torpore che ottunde le menti e
spegne l’umanità e urlino tutto il proprio moralistico disgusto.
Se lo scenario della geopolitica mondiale è
tale da meritare tutta la moralistica riprovazione possibile, quel che vediamo
accadere in casa nostra non è più edificante.
La storia della nostra repubblica è una storia
di scandali e corruzione, di ruberie e clientelismi e Rodotà nel succitato
saggio la ripercorre nelle sue tappe fondamentali fin dall’avvio di Mani Pulite
-la gigantesca inchiesta giudiziaria che negli anni Novanta del secolo scorso
aveva svelato un complesso sistema corruttivo-, sottolineando come da allora in
avanti, non soltanto non c’è stata la rigenerazione morale che alcuni avevano
sperato, ma addirittura la corruzione è andata via via diventando metodo di
governo.
La corruzione si è fatta da tempo metodo di governo. Negli ultimi anni è divenuta qualcosa di più: cultura diffusa, che ispira comportamenti politici e stili di vita di un’intera classe dirigente politica, amministrativa, imprenditoriale, la quale ostenta con durezza i panni del realismo e disprezza il moralismo. Corrotti e corruttori possono essere scoperti. Ma diventa sempre più difficile rivolgere verso di essi una vera riprovazione sociale.
Stefano Rodotà, Elogio del moralismo, Quando
morì la moralità pubblica
Gare d’appalto e/o concorsi truccati, truffe,
ruberie, peculato/utilizzo di soldi pubblici, amichettismo, familismo, collusione
tra politica e criminalità, tra politica e lobbies: forme e aspetti diversi di
una corruzione spudorata, che non solo non nasconde i propri vizi, ma pretende
di elevarli a modello.
Dobbiamo allora rivalutare, e quasi indicare come un traguardo difficile, pure quella miserevole rispettabilità che almeno non esibiva i propri vizi, non pretendeva di elevarli a modello e, così, custodiva nella società un simulacro di valori?
Stefano Rodotà, Elogio del moralismo, Moralismo:
perché?
Se lo stato delle cose è questo, se la forza è in luogo del diritto, la sopraffazione prevale sul rispetto, l’impunità trionfa sull’onestà, il denaro è molla e fine dell'agire, di due l’una: o l’acquiescenza oppure -quantomeno- un sussulto di salutare moralismo...