Si dice Tolstoj (1828-1910) e subito si pensa ai romanzi Guerra e pace, Anna Karenina, I cosacchi, Resurrezione ecc., insomma ai capolavori che di Tolstoj hanno fatto uno dei giganti della letteratura mondiale. Eppure, accanto al Tolstoj romanziere, c’è il Tolstoj filosofo, l’autore di un cospicuo numero di saggi su temi sociali e politici, che per la forza delle idee espresse, per il rigore morale che le sostiene, sono opere tutt’altro che minori.
Il rifiuto di obbedire, edito nel 2019 da Eleuthera, raccoglie 16 brevi saggi, nei quali il rifiuto del potere -che Tolstoj ritiene intrinsecamente violento/oppressivo quali che siano gli strumenti o le forme attraverso cui è esercitato-, si traduce in una feroce critica allo Stato, alle religioni ufficiali, alle chiese istituzionalizzate, all’educazione coercitiva che spegne il pensiero, in generale a qualunque dottrina, istituzione o abitudine comporti ingiustizia, violenza e sopraffazione. La stessa ribellione al potere, che pure secondo Tolstoj è necessaria, non deve essere azione violenta, ma deve avvenire nelle forme della disobbedienza civile indicata da Gandhi.
Ho ricevuto la sua rivista “Indian Opinion” e ho provato una grande gioia leggendo quanto scrive sulla non resistenza. Mi è così nato il desiderio di farla partecipe dei pensieri che quella lettura mi ha suscitato…E ciò che per me riveste un’importanza immensa è proprio la non resistenza, che di fatto non è alto che l’insegnamento dell’amore. E per amore intendo l’aspirazione all’armonia propria delle anime umane…Ogni uomo lo sa, finché non è confuso dalle menzogne contenute in qualunque insegnamento mondano…E io credo che Cristo l’abbia espressa nel modo più netto…Egli sapeva ciò che nessuna creatura senziente può ignorare, ovvero che l’uso della violenza e l’amore sono inconciliabili, che l’amore è la legge fondamentale della vita. Non appena viene ammessa la violenza…la legge dell’amore viene percepita come insufficiente, tanto da arrivare a negarla…L. Tolstoj, Lettera a Gandhi, Cap 3 da Il rifiuto di obbedire
La lettera a Gandhi è uno dei molti documenti a riprova di quell’anarchismo sui generis sul quale poggia la visione della vita/del mondo di Lev Tolstoj. Lontanissimo dalle posizioni di Bakunin, che non escludeva il ricorso alla lotta armata come mezzo per instaurare una società libera dall’oppressione dello Stato, Tolstoj, che ha orrore per ogni forma di violenza, è per una rivoluzione pacifica: opporsi all’oppressione è giusto, la ribellione al potere, che è sempre iniquo, è sacrosanta, ma nella lotta non può essere contemplata la violenza. Questo non significa porgere cristianamente l’altra guancia rimanendo inerti, vuol dire non imbracciare il fucile quando il potere pretende che lo si usi contro l’altro uomo, accogliere fraternamente quando l'ordine è quello di respingere; in altre parole significa disobbedire alle legge umana quando questa contraddica la Legge di Cristo, che è amore e fratellanza. Un’utopia, forse, ma autenticamente rivoluzionaria.
Di straordinaria attualità, il cap. 1 del volumetto Il rifiuto di obbedire è una feroce critica allo Stato, ai governi di ogni tipo, infine al patriottismo, un sentire che mette a repentaglio la pacifica convivenza tra i popoli, ma giova molto ad alcuni.
Ho già espresso più volte la convinzione che l’attuale patriottismo non è un sentimento naturale, anzi è irragionevole, nocivo e oltretutto causa la maggior parte dei mali che affliggono l’umanità; di conseguenza, non bisogna affatto alimentarlo, come si fa ai giorni nostri, ma al contrario soffocarlo e combatterlo con tutti i mezzi che gli uomini ragionevoli hanno a loro disposizione. E tuttavia, cosa alquanto sorprendente, nonostante l’incontestabile relazione tra questo modo di sentire e un riarmo universale che sfocia in guerre devastanti per i popoli, tutte le obiezioni da me sollevate per denunciare il patriottismo, in quanto arcaico, pernicioso, inopportuno, non hanno ottenuto risposta o sono state accolte da una voluta incomprensione…L. Tolstoj, Il patriottismo e il governo, cap. 1 da Il rifiuto di obbedire
Distinguere tra un patriottismo buono e un patriottismo cattivo che nascerebbe dalle degenerazioni del primo, è puro esercizio retorico: il patriottismo, quello reale e non quello immaginario esaltato con frasi ampollose dai suoi sostenitori, è un modo di sentire che privilegia il proprio popolo o il proprio stato ai quali si desidera assicurare prosperità e potenza, la qual cosa, tuttavia, è possibile solo a svantaggio della prosperità e della potenza di altri popoli e stati; appare così evidente che se ogni popolo e ogni paese si pretende superiore a tutti gli altri, il mondo intero è destinato a precipitare in un abbaglio tanto grossolano quanto funesto (cfr, cap. 1).
Oltre che nocivo, il patriottismo è sentimento disonorevole e anacronistico: è disonorevole perché trasforma l'uomo in uno schiavo, in un gallo da combattimento, in un toro da arena, in un gladiatore pronto a morire non per un proprio scopo, ma per uno indicato dal potere; è anacronistico perché inconciliabile con l’idea di fratellanza universale che menti illuminate hanno concepito nei secoli e che poi è via via penetrata nelle coscienze concretizzandosi nel mondo in una molteplicità di forme.
Grazie alla facilità delle comunicazioni e all’unione delle industrie, del commercio, delle arti e delle scienze, gli uomini d’oggi sono talmente legati gli uni agli altri che il pericolo di assistere a conquiste, massacri e violenze è ormai scomparso, tanto che tutti i popoli -i popoli, non i governi- intrattengono tra loro relazioni pacifiche, amichevoli e reciprocamente vantaggiose.Ibid
Nonostante strida con il cosmopolitismo pacifico dei popoli, che scambiano merci e idee e hanno tra loro relazioni amichevoli, il patriottismo continua ad esistere perché è tenuto artificialmente in vita dagli uomini di stato, gli unici che se ne avvantaggiano. Le classi dirigenti -e non solo i governanti, ma tutti i funzionari dello Stato e in generale coloro che nella società occupano una posizione di prestigio-, nel patriottismo e in tutto ciò che ne consegue -la guerra, la conquista di territori e ricchezze altrui- trovano il mezzo per preservare e/o consolidare la propria condizione di privilegio. Uno stato patriottico, in verità, sa ben ricompensare chi lo appoggia: il funzionario ha possibilità di far carriera se è patriottico al punto giusto; il militare che voglia avanzare di grado ne ha possibilità partecipando a una qualche guerra; l’insegnante rimane saldamente in cattedra se negli studenti alimenta il giusto amor di patria grazie a narrazioni secondo cui il popolo al quale appartiene è il popolo superiore, quello che ha ragione e possiede la verità.
Lo Stato dispone di mezzi efficaci anche per influenzare il popolo -la propaganda, la stampa, le forze armate- così che questo, sia pure in contraddizione con la propria coscienza, finisce con l’appoggiare il governo quando aggredisce altri Paesi, si impossessa dei loro territori, uccide e devasta, e si lascia convincere che ciò avviene per una qualche nobile causa. Di rimando, il popolo del Paese aggredito non solo si persuade che è cosa giusta reagire al patriottismo dell'oppressore con altrettanto patriottismo, ma è pronto a far subire ad altri ciò che esso stesso ha patito.
Il patriottismo tardo-ottocentesco così descritto da Tolstoj è oggettivamente cosa ben diversa dal sentimento -nobilissimo- che nella prima metà del secolo infiammò i cuori di quanti morirono per liberare il proprio Paese dall’oppressione straniera (si pensi al Risorgimento italiano), ed è piuttosto nazionalismo (sotto mentite spoglie), un impasto di pregiudizi, di menzogne, di propaganda e di revanscismo che a partire dalla seconda metà dell'Ottocento fu all'origine di tensioni e conflitti internazionali destinati al tragico epilogo della Prima guerra mondiale.
Oggi (più che mai) l’Occidente pullula di patrioti, si pensi ai Patrioti per l'Europa (il gruppo politico di estrema destra costituitosi nel 2024 su iniziativa di Victor Orban), ai patrioti spagnoli di Vox, all'amor di patria targato MAGA negli U.S.A. di Trump o al nostrano patriottismo che, al grido di Dio Patria e Famiglia, intende preservare l'italianità da sacrileghe contaminazioni: insomma, ovunque eserciti di strenui e più o meno violenti difensori dei patrii costumi impegnati a screditare/attaccare quelli altrui. Quanto ci sia di buono in questi patriottismi del XXI secolo, quali i loro concreti effetti sulle relazioni tra gli individui e tra gli Stati, ciascuno giudichi da sé.
Dimostrata l’assurdità del patriottismo, Tolstoj si spinge fino ad affermare che Stati e governi -e non solo quelli palesemente autoritari- hanno la loro unica ragion d’essere e la sola forza, non nel diritto, ma nell'intimidazione, nel sopruso e nella violenza e per questo andrebbero aboliti.
L. Tolstoj, Il patriottismo e il governo, cap. 1 da Il rifiuto di obbedireMa in definitiva, che cosa sono oggi questi governi senza i quali gli uomini credono di non poter vivere? Se ci fu un tempo in cui i governi apparivano come un male necessario, o comunque minore rispetto a quello rappresentato dal trovarsi senza difesa contro i vicini più organizzati, al giorno d’oggi i governi appaiono solo un male inutile e decisamente maggiore rispetto a quelli con intimoriscono i propri popoli.A essere inutili non sono solo i governi militari, bensì i governi in generale, che potrebbero essere incapaci di nuocere solo se fossero composti di uomini infallibili, di santi…Ma per la natura stessa della loro attività, che impone di commettere ogni sorta di violenza, essi attirano proprio gli elementi più lontani dalla santità, quelli più insolenti, grossolani e depravati. Ne consegue che ogni governo, e specialmente ogni governo che dispone di una forza armata, è la più terribile delle istituzioni e la più pericolosa che ci sia al mondo.
Nati dalla volontà degli uomini, che in un lontano passato li crearono per assicurarsi protezione dai popoli più aggressivi e meglio organizzati, lo Stato e i governi divennero l'infernale macchina di potere che oggi tiene intrappolata l'intera umanità.
In effetti, quale che sia la forma di governo, lo Stato non è che l’ordinamento in cui la maggioranza degli uomini è assoggettata ad una minoranza; quest’ultima è a sua volta sottoposta all’autorità di una ancor più esigua minoranza -o di un singolo individuo- che detiene tutto il potere e lo esercita con la forza.
Stati e governi sarebbero un bene se alla loro guida vi fossero eroi o santi, individui infallibili o generosi al punto da sacrificare il proprio interesse personale per il bene della collettività; i fatti e la Storia dimostrano che, al contrario, il potere è sempre degli uomini peggiori, i più audaci, i più sfrontati, i più insolenti, i più cinici, quelli che nella guerra e nel sopruso colgono la possibilità di un qualche fruttuoso affare (cfr, cap. 1). Essi utilizzano tutti i mezzi di cui dispongono -dall'intimidazione apertamente minacciosa fino ai più subdoli strumenti dell'educazione all'obbedienza- per far passare il regime vigente come qualcosa di sacro e immutabile, così che qualunque tentativo di cambiamento e ogni forma di dissenso sono adeguatamente puniti e la libertà brutalmente conculcata.
Per abolire i governi, basta fare una cosa: basta convincere gli uomini che quel sentimento patriottico su cui poggia la macchina del potere è un sentimento grossolano, nocivo, disonorevole e soprattutto immorale.Ibid
L'umanità salverà se stessa quando, smascherato l'inganno del patriottismo, abolirà Stato e governi, che da quello traggono la loro linfa vitale: per farlo, gli uomini non dovranno ricorrere alla violenza, sarà sufficiente uscire dal torpore dell'obbedienza.
Un mondo mite
(...) l'amore è la legge suprema, l'unica legge della vita umana. Ogni uomo lo sa per averlo sentito nel profondo dell'anima (come si percepisce chiaramente nei bambini); ogni uomo lo sa finché non è confuso dalle menzogne contenute in un qualunque insegnamento mondano. Questa legge è stata proclamata da tutti i saggi dell'universo (...) .E io credo che Cristo l'abbia espressa nel modo più netto (...). Egli sapeva ciò che nessuna creatura senziente può ignorare, ovvero che l'uso della violenza e l'amore sono inconciliabili, che l'amore è la legge della vita.
L. Tolstoj, Lettera a Gandhi, Cap 3 da Il rifiuto di obbedire
Checché si pensi dell’anarchismo, un’utopia irrealistica e pericolosa o una dottrina ingenuamente ottimistica perché fondata sull’idea di un’umanità naturalmente buona e in grado di autogestirsi pur in assenza di uno Stato, certo l’anarchismo di Tolstoj non è né l’una né l’altra cosa: esso è il sogno di un mondo (possibile) fondato sui valori cristiani di pace, amore, fratellanza; un mondo giusto e non violento che con l' uomo di ragione Norberto Bobbio si potrebbe definire “mite”…(Elogio della mitezza, 1983).
Perché i valori cristiani, prima che religiosi, sono valori umani.