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B. Russel. Elogio dell’ozio

 

Filosofo, matematico, saggista, critico verso il comunismo quanto avverso al fascismo, Premio Nobel per la letteratura nel 1950, Bertrand Russel (1872-1970) nel 1935 pubblica il volumetto Elogio dell’ozio, una raccolta di 15 saggi che per gli argomenti affrontati, per la brevità della trattazione e per lo stile spesso ironico, differisce molto dalle più corpose opere squisitamente filosofiche  (La Conoscenza del Mondo Esterno, Esposizione critica della filosofia di Leibniz, I principi della matematica, Introduzione alla filosofia matematica e molto altro)

Tra i saggi raccolti nel volumetto, v’è quello che gli dà il titolo: Elogio dell’ozio”, appunto.

Come molti della mia generazione, fui allevato secondo i precetti del proverbio che dice <l’ozio è il padre di tutti i vizi>. Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu così che la mia coscienza prese l’abitudine di costringermi a lavorare sodo fino ad oggi. 

B. Russel, Elogio dell’ozio, Cap. 1 Elogio dell’ozio


Sui pericoli del “dolce far nulla”, la cultura popolare si è espressa producendosi in un florilegio di proverbi e sentenze in cui l’ozio è il peggiore dei mali, poiché ottunde la mente e infiacchisce lo spirito. Esprimendosi più o meno negli stessi termini, anche la filosofia ha detto la sua da Platone in avanti. Lo scettico M. de Montaigne (1533-1592), che nulla affermava con certezza perché nella vita nulla è certo, sull’ozio non aveva dubbi, così che al capitolo 8 dei suoi Saggi egli invita a fuggire l’ozio, perché quando non vi sia un qualche oggetto che lo imbrigli e lo costringa, lo spirito rompe il freno come un cavallo impazzito e corre nell’insulso ambito dell’immaginazione, inseguendo chimere e mostri fantastici. 

Per converso, l’ozio vanta anche estimatori di tutto rispetto tra poeti e filosofi di ogni epoca: nell’antica Grecia, il poeta Esiodo fantasticava sulla mitica “età dell’oro”, il tempo felice in cui gli uomini prosperavano liberi da ogni fatica; per Aristotele l’ozio (scholé) rappresentava la condizione in cui, libero dagli impegni lavorativi, l’uomo potesse esercitare l'intelletto attraverso la speculazione filosofica. Non diversamente nella Roma antica, Catullo, Seneca, Orazio, Marco Aurelio nell’otium vedevano un’opportunità di crescita, un’occasione per riflettere su sé e sulla vita lontano dal clamore della folla e/o dall’alienante routine quotidiana. 

Prima ancora di tesserne l’elogio, Russel ripercorre la storia dell’ozio/tempo libero, un privilegio per pochi nel passato, in epoche recenti un diritto (almeno sulla carta) per tutti.

Dall’inizio della civiltà fino alla rivoluzione industriale, un uomo poteva, di regola, produrre con molto lavoro un po’ più di quanto fosse necessario al mero sostentamento di se stesso e della sua famiglia, sebbene sua moglie lavorasse almeno quanto lui e i suoi figli cominciassero a lavorare appena l’età glielo consentiva. Questo residuo margine non rimaneva però a chi lo produceva, ma veniva incamerato dai guerrieri e dai preti. In tempi di carestia non era possibile produrre più del minimo indispensabile, ma guerrieri e preti pretendevano la loro parte come sempre, col risultato che molti lavoratori morivano di fame.

(…) 

Naturalmente un sistema praticato per tanti secoli ha lasciato una profonda impronta sui pensieri e sulle opinioni degli uomini…Molte idee che noi accettiamo ad occhi chiusi a proposito delle virtù del lavoro derivano appunto da tale sistema e non sia adattano più al mondo moderno perché la loro origine è preindustriale.

B. Russel, Elogio dell’ozio, Cap 1


Nel Medioevo si lavorava moltissimo, così da produrre non soltanto il necessario per il proprio sostentamento, ma anche quanto permettesse a nobiltà e clero di vivere nell’ozio. Insomma, la fatica di molti doveva  garantire di che vivere -e di che oziare- ad alcuni.

Dal tardo Medioevo e poi per tutta l’età moderna, le mutate condizioni sociali, politiche e culturali segnarono una svolta nella concezione del lavoro – e dunque dell’ozio-: la nascente borghesia proprio nel lavoro – e nel denaro- trovò lo strumento del proprio riscatto, il mezzo per la definitiva emancipazione dalla tirannia di nobili e clero; il calvinismo -e in misura minore il luteranesimo-  contribuirono  a rafforzare l’idea che il lavoro -dunque non la preghiera e/o la meditazione soltanto- fosse il mezzo attraverso cui celebrare Dio nella vita di ogni giorno; importanti rivoluzioni culturali -la rivoluzione galileiana e più tardi l’Illuminismo- rivelarono come la passività dell’ozio e l’inerzia si opponessero al progresso perpetuando lo status quo.  Il lavoro, così celebrato, cessò così di essere servitù/obbligo, per farsi consapevole progetto di vita, via maestra verso la felicità di una società migliore.

Sarà che certe abitudini e certe idee son dure a morire, ma è un fatto che, nonostante la tecnologia consenta di diminuire sensibilmente la quantità di fatica necessaria per assicurare a ciascuno i mezzi di sostentamento, le moderne società capitalistiche -questa la tesi di Russel- continuano a funzionare come quelle del passato e si concedono troppo poco tempo libero.

(…) Io penso che in questo mondo si lavori troppo (…) voglio dire, in tutta serietà, che la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, e che la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro.

(…)

La tecnica moderna consente che il tempo libero, entro certi limiti, non sia una prerogativa di piccole classi privilegiate, ma possa essere equamente distribuito tra tutti i membri di una comunità.

(…)

In un mondo invece dove nessuno sia costretto a lavorare più di quattro ore al giorno ogni persona dotata di curiosità scientifica potrebbe indulgervi, ogni pittore potrebbe dipingere senza morire di fame (…) 

 

B. Russel, Elogio dell’ozio, Cap 1

A che pro e perché tanta fatica? Per quale ragione l’uomo consuma se stesso e la propria vita lavorando anche quando potrebbe non farlo? Il mondo e l'uomo stesso sarebbero migliori se si concedessero il giusto tempo per il giusto ozio, e non per lo svago vacuo e passivo che è il solo possibile quando il corpo è stremato dal troppo lavoro. Il problema è dunque nell'etica del lavoro di stampo capitalista (che Russel considera non molto diversa dall’etica dello Stato schiavistico) secondo cui lavorare indefessamente -dunque produrre- è cosa buona e doverosa, l’uomo vale per ciò che produce e la felicità sta nel profitto. 

Un esempio.

Supponiamo -prosegue Russel- che vi sia una certa quantità di persone impegnata nella produzione di spilli e che ne produca abbastanza da soddisfare il fabbisogno mondiale lavorando per otto ore al giorno.  Accade poi che qualcuno inventi una macchina grazie alla quale lo stesso numero di operai può produrre una quantità doppia di spilli nello stesso numero di ore. In casi come questo, a rigor di logica, basterebbe dimezzare le ore lavorative di ciascun operaio, così che egli possa godere di tempo per il riposo e, cosa non meno importante, sia possibile evitare una crisi di sovrapproduzione, considerato che il mondo non ha bisogno che di un tot di spilli. 

Che si sprechi tanta energia è cosa da idioti.

Ma tant’è, il capitalismo aborre l’ozio: “l’idea che il povero possa oziare ha sempre urtato i ricchi, d’altro canto essi stessi fuggono l’ozio come il peggiore dei mali, al punto che molti di loro lavorano intensamente anche avendo denaro da buttar via e pretendono che i figli maschi lavorino tanto da “non avere il tempo di diventare persone civili.

Quando propongo che le ore lavorative siano ridotte a quattro, ciò non implica che il tempo libero rimanente debba essere impiegato in frivolezze. Intendo semplicemente dire che quattro ore di lavoro al giorno dovrebbero poter assicurare a un uomo il necessario per vivere con discreta comodità, e che per il resto egli potrebbe disporre del suo tempo come meglio crede. In un sistema sociale di questo genere è essenziale che l’istruzione sia più completa di quanto lo è ora e che miri, in parte, ad educare e raffinare il gusto in modo che un uomo possa sfruttare con intelligenza il proprio tempo libero.

 B. Russel, Elogio dell’ozio, Cap 1


La critica al sistema capitalistico, un sistema che in nome del profitto sacrifica ogni cosa,  sfocia qui nell’auspicio di una società a misura d’uomo, un mondo in cui si viva del lavoro e non per il lavoro. Perché questo accada, afferma Russel, bisogna partire dall’educazione curandone la qualità e non solo l’utilità. Occorrerebbe educare ad una idea diversa di mondo, di lavoro, ma anche ad un’idea di ozio/tempo libero intelligente. Come? Per esempio raffinando il gusto, indicando possibilità, stimolando la curiosità, aprendo orizzonti, allenando la mente attraverso quel sapere a torto considerato inutile -la storia, la letteratura, la filosofia, la logica- perché -così si credeva e così si continua a pensare-, non promuove abilità e competenze tecniche spendibili sul mercato, ma solo astratte cognizioni.

In realtà, poche cose sono utili come il sapere inutile

La cultura dà all’uomo forme di potere meno dannoso e mezzi più meritori per attirare l’ammirazione. Galileo fece più di quanto qualsiasi monarca abbia fatto per cambiare il mondo, e il suo potere fu incommensurabilmente superiore a quello dei suoi persecutori

 Elogio dell’ozio, cap 2, Il sapere inutile


Che con la cultura non si mangi” è un'idiozia smentita dai fatti: la cultura assicura di che vivere, regala prestigio e potere a stuoli di scienziati, filosofi, scrittori e artisti. Tuttavia, il vantaggio più significativo del sapere inutile sta nell’indurre la mente alla riflessione, a leggere il reale, a capire gli altri, a comprendere cosa fare e cosa evitare

Beninteso, non che il tempo libero debba essere speso in chissà quali raffinate speculazioni filosofiche; è tempo libero intelligente quello dedicato alla lettura o allo studio e a qualunque altra cosa -alle amicizie, al volontariato, alla famiglia, al giardinaggio, alla danza ecc.- dia felicità, sconfigga la solitudine, riconcili l'uomo con se stesso. Prima, però, occorre liberarsi dalla tirannia del profitto, occorre riappropriarsi di sé, delle proprie energie e del proprio tempo, ricreando così le condizioni perché l’ozio non sia il tempo vuoto della noia.


Per concludere...

La questione dell’otium, vale a dire della quantità e della qualità del tempo libero, non è cosa da poco, è una questione di giustizia sociale, di diritti e di democrazia, è una questione che attiene alla qualità della vita: era così un secolo fa, al tempo di quel capitalismo imperante oggetto della critica di Russel perché divorava tempo e risucchiava energie, ancor di più lo è oggi. Quale spazio per l'ozio nel mondo del  postcapitalismo, dove un sistema segnato dal predominio della finanza, delle banche, delle lobbies, di governi autocratici, aumenta le disuguaglianze, colpisce i  più deboli e li taglia fuori dai giochi

Oggi come ieri, il diritto all'ozio continua ad essere appannaggio di pochi: per gli altri, quelli che sopravvivono di lavoro povero, precario, sottopagatonon c'è che il tempo affannoso della corsa per non rimanere ultimi...