Questo libro non si rivolge alla classe colta o a coloro per i quali un problema pratico è soltanto un argomento di conversazione. Nelle pagine che seguono il lettore non troverà né una profonda filosofia né una vasta erudizione. Il mio scopo è unicamente di riunire un certo numero di osservazioni ispiratemi da ciò che credo di poter chiamare buonsenso. Sulle ricette da me offerte al lettore, mi limito ad asserire di averle descritte come mi sono state confermate dall’esperienza e dall’osservazione diretta…Per questo oso sperare che qualcuno, in mezzo alla moltitudine d’uomini e di donne che soffrono di infelicità senza goderne, possa trovare qui diagnosticato il suo caso e, in pari tempo, qualche suggerimento sul metodo da seguire per guarirne.
B. Russel, La conquista della felicità, Prefazione
Cosa
sia la felicità, in quali condizioni essa sia possibile, se essa consista in
una vita secondo Ragione oppure si realizzi nella Fede, la filosofia se lo
chiede da sempre.
Il saggio di Bertrand Russel La conquista della felicità (1930) -poco più di 200 pagine che, per l’ironia e la vivacità della trattazione si leggono d’un fiato-, è uno dei tanti nell’immensa letteratura sulla felicità, ma ha la peculiarità di affrontare la questione dal punto di vista per così dire pratico di chi non si limita alla speculazione filosofica, ma intende fornire risposte e soluzioni concrete. Per questo, il lettore che non avesse particolare attitudine per la filosofia e temesse di avventurarsi in una lettura impegnativa, si tranquillizzi e si accosti al libro come ad una sorta di prontuario -senz’altro più appassionante di quegli altri manualetti che certe banali necessità quotidiane obbligano a consultare di tanto in tanto- su cosa si debba evitare e cosa convenga fare perché la vita sia tollerabile.
(…) che cosa può fare un uomo o una donna, qui e al momento attuale, nella nostra nostalgica società, per conquistarsi la felicità? Discutendo questo problema, limiterò la mia attenzione a coloro che non sono soggetti ad alcuna grave causa di infelicità proveniente dall’esterno. Presuppongo un reddito sufficiente a garantire il cibo e un tetto, uno stato di salute che permetta le attività fisiche normali.
B. Russel, La conquista della felicità, , Che cosa ci rende infelici?, cap. 1
Vi
sono due specie di infelicità, afferma Russel; c’è l’infelicità prodotta da
cause esterne (la povertà, la malattia, la morte di un congiunto, una calamità
naturale ecc.) sulla quale l'uomo non ha controllo e c’è l’infelicità legata alla psicologia del singolo individuo,
alle sue scelte, al suo modo di percepire il mondo.
È sorprendente quanta infelicità alberghi negli uomini anche quando essi hanno oggettivamente tutti i motivi per essere felici: possiedono denaro, godono di buona salute, hanno belle famiglie, svolgono un lavoro gratificante, eppure sono infelici.
Considerate la vita d’un uomo siffatto. Egli ha, dobbiamo supporre, una bella casa, una bella moglie e dei bambini. Al mattino si alza presto, quando la famiglia è ancora addormentata, e corre in ufficio. Qui è suo dovere fare sfoggio delle qualità di un grande capo d’azienda (…).Egli arriva a casa stanco, appena in tempo per cambiarsi d’abito e andare a tavola. A pranzo, assieme ad un gruppo di uomini stanchi quanto lui, deve fingere di gustare la compagnia delle signore (…) Finalmente va a dormire (…) La vita lavorativa di quest’uomo ha la stessa psicologia di una corsa dei cento metri (…) Che ne sa egli dei suoi figli? Durante la settimana è in ufficio, alla domenica è sui campi di golf (…) Ad ogni che passa diventa più solo (…) e la sua vita al di fuori degli affari sempre più arida
B.
Russel, La conquista della felicità, Competizione, cap. 3
L’uomo d’affari che corre per fuggire la noia; lo sconosciuto che frettoloso cammina per strada; l’automobilista fermo al semaforo; il festaiolo che con rabbiosa risolutezza decide di divertirsi e al ricevimento si stordisce con l’alcol, paradossalmente ottenendo l’effetto opposto a quello desiderato perché, si sa, l’alcol ha il potere di portare in superficie paure e sensi di colpa repressi: gli uomini sono così infelici che persino il reciproco sterminio della guerra sembra loro meno orrendo della cupa rassegnazione con la quale accolgono il nuovo giorno.
Il mio intento è di suggerire un rimedio contro quel quotidiano, comune scontento del quale soffre la maggior parte della gente nei paesi civili e che è tanto più insopportabile in quanto, non avendo alcuna causa esterna evidente, sembra inevitabile. Io credo che tale scontento sia dovuto in gran parte a un modo errato di considerare il mondo, a un’etica sbagliata, ad abitudini sbagliate…
B. Russel, La conquista della felicità, Che cosa ci rende infelici? Cap. 1
Perché
tanta infelicità?
L’infelicità
spesso è il risultato di abitudini e di opinioni sbagliate.
L’uomo d’affari è convinto erroneamente che sia suo dovere rincorrere il successo e accumulare denaro, -ne va del suo buon nome-, così lavora instancabilmente e la sua vita si fa troppo affannosa per poter essere felice.
In generale, è pessima abitudine (pre)occuparsi troppo di se stessi: chi si concentra esclusivamente sulle proprie manchevolezze, vive la frustrazione di non essere mai come vorrebbe; coloro che narcisisticamente vivono nell’ammirazione di sé, prima o poi sperimentano la delusione di non sentirsi apprezzati dagli altri tanto quanto vorrebbero. È ugualmente destinato all’infelicità il megalomane.
La
megalomania non va confusa con il narcisismo: il
narcisista desidera piacere almeno quanto si piace, il megalomane desidera essere
potente (cfr, a questo tipo appartengono molti dementi e la maggior parte
dei grandi uomini della storia), ma poiché nessun uomo può essere
onnipotente, il megalomane, mai pago di quanto ha ottenuto, vive
infelicemente, ma non lo sa o preferisce ignorarlo.
I
primi due casi sono frequentissimi: chi di noi può dire di non essersi mai
imbattuto nella propria vita nel piagnucolone irriducibile, quello che è perennemente
angosciato da e di se stesso; il rinunciatario convinto che non sarà mai
all’altezza? Allo stesso modo non c’è nessuno che non abbia mai avuto a che
fare con il narcisista, l’individuo convinto che il mondo si regga sulle sue qualità/capacità
e per questo gli debba giusta ammirazione.
I
megalomani sono numerosi quanto lo sono gli altri due tipi umani, ma se ne
incontrano pochi perché, appena possono, corrono tutti a chiudersi nei palazzi
del potere, dove lavorano -così essi raccontano- per l’interesse della nazione.
Il
piagnucolone e il narcisista sono facilmente recuperabili, è sufficiente
l’intervento di un bravo psicanalista o forse anche solo di un buon amico che
li aiuti ad uscire dalla gabbia dell’io e ad aprirsi al mondo.
Il
megalomane è più difficilmente trattabile, egli è, per definizione, troppo
grande/potente per ammettere di non essere felice.
La megalomania ha radici profonde, essa è sempre il prodotto di una cocente umiliazione, questa la tesi di Russel. Si consideri la storia di Napoleone, la cui megalomania fu eguagliata nella Storia solo da quella di Alessandro I.
Napoleone sofferse a scuola della sua inferiorità rispetto ai compagni, che erano ricchi aristocratici, mentre egli non era che un povero ragazzo con pochi mezzi. Quando permise il ritorno degli emigrati, ebbe la soddisfazione di vedere i suoi antichi compagni di scuola inchinarsi davanti a lui. Quale soddisfazione!
B.
Russel, La conquista della felicità, Che cosa ci rende infelici?, cap 1
Il giovane Napoleone, non ricco né bello, soffrì a tal punto della propria inferiorità rispetto ai compagni di scuola, da cercare nel potere il mezzo per affermare la propria superiorità su tutti. Egli visse per il potere e a causa di esso morì nella solitudine dell’esilio, perché quando il potere è l’unico scopo della vita, genera catastrofi.
L'infelice byroniano
Nel gruppo delle infelicità per così dire causa sui, c’è la particolarissima infelicità byroniana: ne soffre chi, in sintonia con il pensiero di Lord Byron, ma in generale con certo Romanticismo, nel mondo non vede che il male.
È comune ai giorni nostri, come lo è stato in molti altri periodi della storia del mondo, il supporre che i saggi siano tra noi coloro che, dopo aver penetrato la fallacia degli entusiasmi dei tempi passati, hanno capito che non ci rimane più nulla per cui vivere. Gli uomini che nutrono questa opinione sono veramente infelici, ma sono fieri della loro infelicità, che attribuiscono alla natura dell’universo e che considerano essere l’unico atteggiamento razionale per un uomo illuminato. Il fatto che vadano orgogliosi della loro infelicità mette in sospetto le persone più semplici sulla genuinità di tale infelicità; essi pensano che l’uomo che gode di essere infelice non è infelice.
B. Russel, La conquista della felicità, Infelicità byroniana, cap 2
Nel
byroniano è grande l’infelicità perché grande è la sua saggezza -così si è
soliti credere-: egli è infelice in quanto ha consapevolezza della vanità del
tutto, perché ogni cosa è destinata a perire e non c’è gioia né speranza che il
mondo non tolga. Nella vita solo il dolore è certo, così che il vivo giunge ad
invidiare il morto.
Alla struggente saggezza byroniana Russel riserva la sua ironia più pungente: esistono forse dati oggettivi a conferma dell’opinione che nell’ infelice risieda un superiore razionalismo così che egli soltanto è da ritenere saggio? Non soltanto è falso che la ragione si oppone alla felicità, ma è molto probabile che chi attribuisce la propria infelicità al male cosmico, sia infelice per altri motivi che egli stesso non conosce o preferisce non vedere. Quando la contemplazione dell’universo risulti penosa e l’individuo ne abbia motivo di sofferenza, non sarebbe cosa ragionevole prendere a contemplare qualcos’altro?
Io stesso mi sono trovato più volte in uno stato d’animo in cui sentivo che tutto è vanità; me ne sono liberato non mediante un credo filosofico, ma grazie a qualche imperiosa necessità d’azione.
B. Russel, La conquista della felicità, Infelicità byroniana, cap 2
Non
c’è essere umano che non avverta di tanto in tanto quel leopardiano tedio
dell’esistenza, per il quale tutto appare vuoto di senso e la vita nient’altro
che un ininterrotto ciclo in cui tutto si ripete ma nulla resta. Tuttavia, indulgere al pessimismo è cosa pericolosa. Immaginiamo la madre il cui bambino
sia malato: se prendesse a meditare sulla propria sorte, sulla vanità/insensatezza
del tutto e non agisse per la guarigione del figlio, egli non avrebbe molte chances
di cavarsela.
Rintanarsi
nei propri dolori -molti dei quali del tutto
fisiologici, alcuni addirittura immaginari- senza alzare un dito; oppure
rimuoverli dalla propria coscienza ubriacandosi, cercando diversivi
eccitanti, stordendosi di lavoro così da non aver più tempo né
energie per fare altro è il modo più sicuro per fare della vita un fardello
intollerabile.
In questo come in altri suoi scritti, il razionalista B. Russel non rinuncia a credere che l’uomo possa scegliere cosa fare di sé e della propria vita; certo non può tutto, non può opporsi alla morte né impedire un terremoto, ma può scegliere di non sprecare tempo ed energie a dolersi -inerte, perciò inutilmente- dei propri problemi o delle disgrazie del mondo; può scegliere di non vivere come in una tragedia greca con tanto di catastrofe finale; può scegliere di uscire dallo spazio angusto dell’io per aprirsi agli altri -e così scoprire che c'è chi sta davvero male-; può persino concedersi quei sani momenti di leggerezza, di piacere, di otium che rinfrancano corpo e mente.
Il tutto non può avere valore se le parti che lo compongono non ne hanno. La vita non deve essere concepita come un melodramma in cui l’eroe e l’eroina sono vittime di incredibili sciagure delle quali vengono poi compensati con un lieto fine. Io vivo e ho la mai parte, mio figlio vive dopo di me e ha la sua parte, aa sua volta suo figlio vivrà e avrà la sua parte. Che c’è in tutto questo perché se ne faccia una tragedia?
Ibidem
La
vita può essere dura: non c’è ragione di renderla insopportabile in ogni
suo istante…
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